Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Belardino Feliziani, per tutti Dino, noto commercialista romano, appassionato di pallone a cui ha spesso dato una mano (nel 2015 è stato anche sub-commissario della Lega Pro, dove ha portato alla luce le anomalie della gestione Macalli), i Mondiali di Italia ’90 li ha vissuti di persona. Anzi, li ha proprio organizzati: fu a capo della Direzione per gli affari generali del Col, il famigerato Comitato organizzatore di Italia ’90, lavorò gomito a gomito col suo direttore Luca Cordero di Montezemolo. Di quel mese indimenticabile nel bene e nel male – del Mondiale degli sprechi, la grande occasione persa per il nostro Paese che ilfattoquotidiano.it ha raccontato nelle prime due puntate dell’inchiesta, a distanza di 30 anni dall’evento – lui non rinnega nulla. Nemmeno nega gli errori, i vizi, gli sprechi della manifestazione e dintorni. Ma ricorda tutto, cifre, nomi, aneddoti. E ci spiega come secondo lui andarono veramente le cose, di chi fu la colpa, se colpa c’è stata, per un mondiale di calcio che non è stato la svolta che tutti si aspettavano, dentro e fuori dal campo.

Dott. Feliziani, in quanto membro del Comitato organizzatore lei si sente in parte responsabile?
E di cosa? L’organizzazione fu un successo! All’epoca fu ritenuto il Mondiale migliore di tutti i tempi, dall’accoglienza dei capi di Stato, alla gestione della sicurezza, passando per l’ospitalità e i ritiri delle squadre, tutto andò bene.

Eppure oggi li ricordiamo come i Mondiali degli sprechi.
Bisogna distinguere la parte privatistica da quella pubblicistica. Sicuramente c’è qualcosa che non ha funzionato, ma io mi assumo le responsabilità del nostro lavoro: noi dovevamo organizzare sotto il punto di vista logistico e sportivo la manifestazione, e lo abbiamo fatto. Sul resto non è a noi che dovete chiedere.

A distanza di 30 anni, possiamo dire che è stato un fallimento?
Ristabiliamo la verità, una volta per tutte: non ha fallito il Mondiale di Italia ’90, ha fallito l’Italia e basta, l’Italia di Tangentopoli. La manifestazione – e intendo tutto ciò che ci girò intorno, non l’organizzazione del torneo – fu figlia di quella stagione, dell’Italia di Craxi e della Milano da bere. Gli sprechi, gli errori, le enormi somme bruciate non si sa bene come, vanno inquadrate in quel contesto storico. Due anni dopo sarebbe stato arrestato il Paese in blocco: così diventa tutto più chiaro.

Montezemolo, direttore del Comitato, è diventato il volto di quel disastro.
Mi sembra una definizione ingenerosa. Doveva essere rimesso in pista dopo la sua uscita dalla Fiat, la sua scelta fu un accordo politico, un accordo qualunque: le cariche di questo genere lo sono sempre. Ma le assicuro che non ebbe responsabilità, perché non l’ha avuta il Comitato: su tutti i lavori pubblici il Col non ha mai potuto mettere bocca. Certo non siamo stati noi a realizzare la stazione con un binario solo o a volere gli altri progetti strampalati.

E gli stadi, quasi tutti sbagliati, oggi abbattuti o fatiscenti: nemmeno su di quelli avete avuto un ruolo?
Il nostro compito era rappresentare al governo i requisiti imposti dalla Fifa per quanto riguarda capienza, ospitalità, tribune stampa. Le decisioni le presero altri, furono politiche: il Delle Alpi, che oggi nemmeno esiste più, lo volle il Comune di Torino, le responsabilità dei difetti del San Nicola vanno ricercate a Bari, dove c’era più di un interesse in gioco. Quanto all’Olimpico, era di proprietà del Coni: secondo lei è un caso che furono fatti oltre 200 miliardi di lavori?

Alla fine furono spesi 7mila miliardi di lire.
Guardi che noi quei soldi non li abbiamo mai visti né toccati. Grosso modo il Comitato ha gestito 350 miliardi di lire di ricavi, di cui 150 di biglietteria, una parte di diritti tv, e 64 miliardi dalle otto aziende italiane che ci finanziarono, grazie a un accordo rivoluzionario di cui vado molto fiero. Capisce che sono cifre ben diverse.

Che cosa ne avete fatto?
In parte li abbiamo restituiti alla Fifa, in parte ci abbiamo pagato il personale, persone straordinarie che hanno messo da parte le proprie ambizioni, il resto andò nell’organizzazione. Il nostro fu il primo bilancio certificato nella storia dei mondiali, si chiuse con 100 miliardi circa di utile lordo: 30 li restituimmo alle squadre che erano state penalizzate dai lavori per il torneo, 30 pagati in imposte, una piccola parte come da statuto è anche tornata alla Figc, che grazie a noi ci ha pure guadagnato.

È il solito discorso di tutti i grandi eventi sportivi: non è un “trucco contabile” separare i conti del Comitato da quelli delle spese per le infrastrutture?
Ringrazio il Signore che sia andata così, altrimenti saremmo finiti in tribunale anche noi, mentre a nessuno del Comitato è stato mai mosso alcun appunto.

Buon per voi, però questo non aiuta a chiarire le reali responsabilità in questo genere di manifestazioni.
Non si può chiedere agli organizzatori dell’evento di farsi carico di lavori che magari con l’evento c’entrano poco o nulla. E poi comunque le responsabilità sono chiarissime.

E di chi sono?
È ovvio, della politica. Nell’arco di tempo in cui sono stati assegnati e organizzati i Mondiali si sono succeduti sei governi diversi, ogni volta bisognava ricominciare da capo, ogni presidente del consiglio aveva la sua idea, ogni partito i suoi interessi e progetti da reclamare, per non parlare di sindaci e governatori, perché all’epoca i finanziamenti venivano assegnati agli enti locali. Alle riunioni del comitato interministeriale, la cabina di regia in cui si decidevano le opere, noi partecipavamo solo come auditori, se e quando venivamo convocati. Ma lei pensa davvero che avremmo potuto incidere, con gente come Craxi e Andreotti? Nessuno ce l’avrebbe fatta.

Insomma, fu tutto un errore.
Questo lo dice lei. È stata una delle esperienze professionali più belle della mia vita. Fu un Mondiale straordinario e sono convinto che tanti italiani conservino splendidi ricordi.

Le notti magiche, a che prezzo però. Davvero ne è valsa la pena?
Ci sono diversi fattori da considerare. La promozione del Paese, ad esempio: nella zona di Cagliari, dove giocò l’Inghilterra, i turisti britannici sono arrivati in massa per anni. Qualcosa rimane: noi abbiamo lasciato il telepass, le tangenziali a Roma e a Bari, tanti stadi che hanno retto per anni, anche se oggi non se ne ricorda nessuno. Troppo poco per quanto fu speso? Forse. Ma che cosa è rimasto di Usa ’94? O di Brasile 2014? Il vero problema è illudersi che il Mondiale possa essere un momento di svolta per un Paese intero. Invece è una manifestazione bellissima, che ha senso in quanto tale, dal fischio d’inizio a quello finale. È solo calcio.

Twitter: @lVendemiale

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