A poco meno di due settimane dall’inizio del processo bis – ordinato dalla Cassazione – per la morte di Marco Vannini, il ragazzo di vent’anni ucciso da un colpo di pistola mentre era in casa della sua fidanzata Martina a Ladispoli, sul litorale romano, il 17 maggio 2015, un altro tassello si aggiunge alla ricostruzione di quella notte. La trasmissione Quarto Grado ha trasmesso un audio in cui si sentono probabilmente le ultime parole del ragazzo. La perizia sulla registrazione del 118 è stata realizzata da una squadra di esperti statunitensi. I tecnici di Emme Team – come riporta il Corriere della Sera – hanno avuto modo di elaborare l’audio della conversazione con il personale del numero per le emergenze. Il ragazzo era grave, ma passarono 110 minuti prima che venisse soccorso. Una prima telefonata al 118 fu annullata, poi dopo tempo quando ormai il ragazzo era agonizzato e con un polmone perforato l’ambulanza fu chiamata. Le parole della vittima erano sempre state considerate incomprensibili, secondo gli esperti invece il ragazzo avrebbe detto; “Ti prego basta, mi fa male. Portami il telefono”. I tecnici hanno isolato anche la voce di Martina (che sembra dire “Basta, su”) e di Maria Pezzillo, che alla richiesta di Marco di avere il telefono avrebbe risposto: “È giù”.

Fra qualche giorno quindi torneranno in aula, dunque, Antonio Ciontoli, il capofamiglia, Maria Pizzillo, moglie del sottufficiale della Marina militare distaccato ai servizi segreti (e sospeso dal servizio in seguito alla vicenda giudiziaria) e i figli Federico e Martina. In primo grado era stati riconosciuto l’omicidio volontario con il dolo eventuale, poi derubricato dai giudici in appello in colposo. A marzo invece gli ermellini hanno accoltola richiesta della procura generale secondo cui si trattò di un omicidio volontario con dolo eventuale. Perché la morte di Marco, come sostenuto dalle consulenze mediche (anche della difesa), si sarebbe potuta evitare ma, invece, è stata causata non solo dal colpo esploso, ma anche dai ritardi nei soccorsi, dovuti a loro volta a una serie di bugie e depistaggi da parte, in primis, di Antonio Ciontoli. Il cuore di Marco ha continuato a pompare sangue fino alla fine.

Ad aver presentato reclamo ai supremi giudici erano stati il sostituto procuratore della Corte di Appello di Roma, Vincenzo Savariano e i genitori di Marco Vannini, Marina Conte e Valerio Vannini, contrari alla riduzione di pena arrivata in appello, il 29 gennaio 2019, in favore di Antonio Ciontoli. L’uomo aveva ottenuto in secondo grado la riduzione della condanna emessa dal Tribunale di Roma il 18 aprile 2018, da 14 a 5 anni di reclusione. Una sentenza che aveva suscitato molte polemiche. Sia in primo che in secondo grado, invece, erano rimaste immutate le condanne per omicidio colposo a tre anni di reclusione ciascuno per Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina Ciontoli. Il procuratore generale, in secondo grado, aveva chiesto 14 anni di carcere per tutta la famiglia finita sul banco degli imputati e la conferma dell’assoluzione di Viola Giorgini, fidanzata di Federico.

Secondo la versione fornita dai Ciontoli, Marco si trovava in casa della fidanzata e si stava facendo un bagno nella vasca in presenza di Martina, quando entrò il padre della ragazza per prendere le sue armi da una scarpiera. A quel punto Martina sarebbe uscita e Marco, insaponato e bagnato, avrebbe chiesto di vedere le pistole. Per quanto riguarda le modalità dello sparo, in una prima versione, sostenuta fino all’interrogatorio del 2 ottobre 2015, Ciontoli ha raccontato che l’arma, una Beretta calibro 9, gli stava scivolando quando partì il colpo. In una seconda versione, sostenuta fino al processo, Ciontoli ha detto di aver scarrellato, ossia portato il colpo in canna, per gioco, nella convinzione che l’arma fosse scarica. Quel colpo, però, raggiunse Marco. Stando alla ricostruzione dei fatti elaborata dalla Corte di Appello, Ciontoli non avrebbe voluto uccidere Vannini e nel suo atto non ci fu “dolo”, ma poi il sottufficiale evitò “consapevolmente e reiteratamente l’attivazione di immediati soccorsi” attuando una condotta “odiosa e riprovevole” per “evitare conseguenze dannose in ambito lavorativo”. I giudici di secondo grado avevano attenuato anche la responsabilità dei suoi familiari in quanto “difettavano della piena conoscenza delle circostanze” di quanto era accaduto a Marco. Per l’accusa, invece, non c’è mai stato dubbio sul fatto che Marco fu lasciato per tre ore agonizzante con la complicità dell’intera famiglia Ciontoli, tanto che le sue condizioni peggiorarono fino a morire. Sulla dinamica dei fatti che avvennero quella sera restano invece perplessità, alimentate anche dalle intercettazioni ambientali e telefoniche sulle utenze degli imputati. Anche quelle mai utilizzate nel processo e che la famiglia Vannini ha potuto ascoltare solo la scorsa estate. Di certo, anche il mancato sequestro della casa dei Ciontoli non ha aiutato a fare chiarezza.

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