Nel triste Paese tra i più maschilisti d’Europa, alcuni uomini sono riusciti a collezionare una serie di perle sessiste che vala la pena ricordare. Raffaele Morelli, psichiatra e psicoterapeuta, intervenuto a Rtl per commentare l’aforisma della scrittrice François Sagan: “Un vestito non ha senso a meno che ispiri gli uomini a volertelo togliere di dosso” ha illustrato il suo personalissimo concetto di femminilità, una sorta di bio-viagra che le donne avrebbero il compito di erogare per svolgere la loro naturale funzione di rivitalizzare ed eccitare sessualmente gli uomini.

Se non lo fanno non “stanno nel processo”. Non sappiamo a quale “processo” si riferisse lo psichiatra (temo che sia quello della decomposizione dell’identità delle donne) che ha inanellato queste perle una dietro l’altra: “Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi perché vuol dire che il suo femminile non è in primo piano. Puoi fare l’avvocato o il magistrato e ottenere tutto il successo che vuoi ma il femminile in una donna è la base su cui avviene il processo. Il femminile è il luogo che suscita il desiderio. Le donne lo sanno bene, perché se la donna non si sente a suo agio con un vestito, torna in casa a cambiarselo. La donna è la regina della forma. La donna suscita il desiderio, guai se non fosse così”.

Quindi le donne possono anche raggiungere obiettivi e realizzare progetti ma senza l’approvazione maschile sull’appettibilità erotica e sessuale non andranno dalla parte giusta ovvero da nessuna parte. Il giorno dopo incalzato da Michela Murgia al Tg Zero di Radio Capital, lo psichiatra ha mal reagito alle domande e perdendo la patina di bonomia che gronda sempre dai i suoi lunghi monologhi ha risposto: “Fai domande cretine”, “Stai zitta e ascolta” passando dal “lei” al “tu” tanto per far capire chi comandava poi ha chiuso malamente la telefonata rivelando quanto sia refrattario alle critiche.

Poi c’è stata la perla di Vittorio Sgarbi che alla Camera dei Deputati, dopo il suo intervento su Luca Palamara e il Csm, ha insultato la collega Giusi Bartolozzi che aveva criticato le sue parole. Apriti cielo: è sbottato insultandola con epiteti sessisti che ha rivolto anche a Mara Carfagna, vicepresidente della Camera. E’ uscito di scena miseramente, portato fuori a braccio dai commessi della Camera.

Antonella Veltri presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza ha commentato la vicenda dicendo che “dietro la reazione di Sgarbi si annidano misoginia, sessismo e patriarcato, un portato culturale che si manifesta troppo spesso. Se al posto della vicepresidente Carfagna e della Bartolozzi ci fossero stati uomini, non saremmo arrivati fino a questo livello. Noto sempre con favore l’esistenza di un fronte comune trasversale e al di là degli schieramenti politici nelle battaglie di genere. In particolare voglio ricordare la presenza di Mara Carfagna già molti anni fa con noi in piazza durante una importante manifestazione. Allora fu contestata dal suo schieramento”

Dopo le performance di due vecchi patriarchi c’è stata la perla di due giovani. Cesare Cremonini intervistato da Alessandro Cattelan durante la puntata di Epcc, lo show Sky, ha detto:”Ho pensato alla mia donna delle pulizie che si chiama Emilia. Non è vero non si chiama Emilia. Lei è moldava e io ho preteso in onore della mia terra di chiamarla Emilia. Io voglio chiamare anche mia figlia Emilia. Ognuno dovrebbe chiamare le persone come crede, soprattutto le persone che entrano in casa tua. Sono pagate e possono quindi far cambiare il loro nome”.

Alessandro Cattelan ha ascoltato, ha bofonchiato qualcosa sull’importanza di versare i contributi eppoi giù risate complici. Né Cremonini, né Cattelan hanno avuto sentore della volgarità e della pesantezza di quelle parole dall’amaro sapore sessista, classista e razzista anzi ne hanno riso senza imbarazzo e spero che in loro difesa non si tiri in ballo l’ironia, l’usurato salvagente dei cretini, continuamente citata a sproposito. Quando ho ascoltato questa parte dell’intervista mi è venuta in mente la serie televisiva Radici trasmessa in tv negli anni 70 .

Ricordo ancora dopo 40 anni quell’unico frammento. Lo schiavo Kunta Kinte veniva frustato perché non accettava di essere chiamato Toby, il nome imposto dal suo padrone. Oggi in teoria non ci sono più padroni e schiavi, né frustate, per fortuna sono un reato nei Paesi occidentali.

Ci sono contratti di lavoro e si versano i contributi ai dipendenti (in teoria) però ci sono molti che come Cesare Cremonini, sentono riecheggiare dentro di sé l’antica violenta tracotanza del maschio padrone e la pretesa di commettere abusi con il potere del denaro e della propria supposta superiorità e ne parlano pubblicamente senza pudore. Non a caso la persona alla quale il cantante ha imposto un altro nome, è immigrata ed è una donna come credo non sia un caso che il cantante abbia fatto omaggio alla sua fidanzata dedicandole la canzone Giovane stupida.

Vittorio Sgarbi pensa di poter insultare le deputate denigrando la loro sessualità, Raffele Morelli pensa di poter dire alle donne di essere belle e di stare zitte. Cesare Cremoni è convinto che sia uno scherzo cambiare il nome ad una donna trattata da serva e Alessandro Cattelan è convinto che se ne possa ridere. E tutta questa muffa tossica che continua a intrecciare sessismo, classismo e razzismo passa attraverso le generazioni.

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