Come e più di un uragano, il Coronavirus si abbatte sulla Maratona di New York che rinuncia all’edizione 2020. Era prevista per il 1° novembre e sarebbe stata la 50esima edizione dell’evento per eccellenza per i runner di tutto il mondo. Non si farà, ha deciso il Road Runners Club – il comitato organizzatore che adesso dovrà districarsi tra rimborsi e partecipazioni da spostare alle successive edizioni.

Problema non semplice visto che la Nycm, il sogno di ogni podista, è sempre sold out. Quest’anno, ad esempio, si sarebbero presentati al via in 55mila (altri 100mila erano rimasti senza pettorale) e fra questi ben 5000 italiani. Rischio alto e c’è l’incognita di una seconda ondata autunnale di contagi, già tantissimi negli Stati Uniti.

Scelta saggia a mio parere, che segue quelle di altre grandi maratone: Berlino, Parigi, Chicago, anche Roma e Milano. Ancora in calendario e, appunto, solo sulla carta restano da disputare quelle di Londra, Amsterdam, Atene e Venezia ma ci stanno pensando. Occasioni ridotte dunque per gli amanti del viaggio sportivo, per gli amatori, gli agonisti e ovviamente i campioni.
Questi ultimi ovviamente soffriranno maledettamente ogni corsa che verrà a mancare. Pianificare una stagione per un maratoneta è un equilibrismo, talvolta si punta a una corsa sola e, se si vuole puntare al massimo, solitamente si sceglie New York.

Il resto è sorte, puoi allenarti al massimo e non vincere per mille motivi: un avversario più forte, una giornata storta, sfortuna. Con l’annullamento perdiamo tutti contro un avversario dell’umanità, ma forse, mi ripeto, è la scelta più giusta e seria.

Ho paragonato il Covid-19 ad un uragano perché dal 1970 ad oggi solo un anno è andato perso, era il 2012 e Sandy, l’uragano appunto, costrinse l’allora sindaco Bloomberg a fermare tutto ad un giorno dallo start. Situazione molto diversa, nei tempi, nei modi e nel tipo di devastazione che il virus sta portando al mondo intero. Ciò che rende uguale il campione che avrebbe voluto vincerla e il podista che si sarebbe cimentato per la prima volta sui mitici 42.195 è l’incertezza. Incertezza che non appartiene solo alla corsa o agli Stati Uniti, è mondiale.

Oltre al risultato sportivo e al business perderemo le storie che ogni anno arricchiscono la maratona di New York. Spesso storie di rinascita personale, sfide impossibili o semplice gioia di chi, dopo tanti chilometri sudati per le strade di casa sogna l’America di cui la Nycm è ormai un simbolo. La maratona di New York è negli occhi di tutti, un serpentone colorato di gente che dopo lo sparo vive un’esperienza unica, inondando di gente il ponte di Verrazzano, Brooklyn, il Queens, Manhattan e poi Harlem, la Fifth Avenue e finalmente il Central Park.

Uno spot turistico immenso per la Grande Mela che quest’anno non andrà in onda, in un’America colpita e tormentata, non solo per il virus. La tentazione di farla sarebbe stata grande, far diventare un simbolo il simbolo. L’anno prossimo, come ormai siamo soliti dire, ci rifaremo e sapete cosa vi dico? Scrivendo mi è venuta quasi voglia di parteciparci, e c’è oltre un anno di tempo per organizzarsi.

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