Hey, Hey, Ho, Ho, Andrew Jackson’s got to go“. Le urla dei manifestanti davanti alla Casa Bianca si erano fatte insistenti quando hanno deciso di legare con delle corde con l’obiettivo di abbattere la statua di Andrew Jackson, il presidente americano responsabile del cosiddetto ‘sentiero delle lacrime’ (la deportazione forzata dei nativi americani dalle loro terre), nonché idolo di Donald Trump. Un gesto forte, a pochi passi dalla residenza del presidente che ha spinto la polizia a un intervento deciso: elicotteri hanno sorvolato l’area mentre gli agenti sul campo hanno usato spray al peperoncino contro i 150-200 manifestanti presenti e formato un cordone per proteggere la statua e la Casa Bianca. Anche il tycoon stesso ha deciso di usare il pugno di ferro a seguito di questo episodio. Trump, infatti, ha autorizzato il governo federale ad arrestare chiunque vandalizzi o distrugga i monumenti, statue e altre proprietà federali negli Stati Uniti e chi non rispetterà l’ordine rischierà “fino a 10 anni di carcere sulla base del the Veteran’s memorial preservation act o di altre leggi competenti”, ha sottolineato il presidente americano. “Molto presto – ha garantito il tycoon – verrà firmato anche un ordine esecutivo“.

Chiunque danneggerà le statue americane d’ora in avanti rischia le manette, ha sottolineato il presidente americano aggiungendo che il provvedimento sarà “immediatamente effettivo”. In più, il principio potrà essere applicato anche in modo retroattivo “per il vandalismo e le distruzioni già causate, non ci saranno eccezioni”. Convinto a condannare a tutti gli effetti gli attacchi ai monumenti storici da parte dei manifestanti antirazzisti, Trump ha garantito che “molto presto” firmerà un ordine esecutivo per la protezione delle statue e dei monumenti presi di mira in queste settimane che renderà uniforme l’insieme delle norme già esistenti. “Chi abbatte le statue o deturpa i monumenti non sono manifestanti, sono anarchici“, ha detto il tycoon.

La statua di Jackson si trova a Lafayette Square, nei pressi dell’edificio presidenziale, da cui il Secret Service ha fatto uscire tutti i giornalisti ed è uno dei bersagli della rabbia dei manifestanti che da quasi un mese invadono le strade americani per protestare per la morte di George Floyd il 25 maggio. Da allora continuano gli atti in ordine sparso per demolire le statue simbolo di personaggi che rappresentano razzismo e discriminazione. Un’onda di protesta che si è spinta fino a Torino e Milano, dove è stata imbrattata la statua di Indro Montanelli. Tante le statue finite nel mirino negli Stati Uniti: l’ultima in ordine temporale è quella di Teddy Roosevelt che il Museo di Storia Naturale di New York rimuoverà dal suo ingresso davanti a Central Park. Polemiche da giorni travolgono anche le statue del generale sudista Robert Lee e quella di Cristoforo Colombo, considerate simboli del razzismo e del passato coloniale.

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