Qualche giorno fa Dario Franceschini (che voci di corridoio dicono ambisca a sedere al Quirinale e magari ci arriva anche) ha rilasciato un’intervista invadendo il campo di spettanza della sua collega alle Infrastrutture. Secondo Franceschini essa dovrebbe “avere il coraggio” di fare due grandi scelte, ambedue riguardanti l’alta velocità ferroviaria (le ferrovie normali non esistono più nel lessico di chi governa).

La prima, arrivare in Sicilia con il treno veloce, rilanciando il ponte sullo Stretto (esattamente la stessa brillante idea di Renzi) perché “i treni ad alta velocità dovranno pur attraversare lo Stretto”. La seconda, l’alta velocità lungo l’Adriatico, da Taranto a Bologna. Franceschini non ha il senso del ridicolo: il coraggio quando sei al governo devi averlo per dire no alle grandi opere, non già per proporle.

Ma Franceschini non ha fatto altro che anticipare Conte, che, secondo quanto riportato da questo giornale, darebbe “grande importanza alle alte velocità Roma-Genova, Roma-Ancona, Roma-Pescara, la direttrice adriatica, la Basilicata, la Puglia, Sicilia e Calabria.”

Voglio limitarmi alla Sicilia: l’alta velocità in Sicilia. Se andiamo su Wikipedia alla voce “Rete ferroviaria della Sicilia” traiamo i seguenti dati: nell’isola la rete è lunga 1369 chilometri. “I tracciati sono, di massima, rimasti quelli originari e tortuosi e le opere di ammodernamento, nel corso del XX secolo, sono state molto limitate… Nel 2008 la rete si configurava paradossalmente somigliante a quella degli inizi del XX secolo… La chiusura di oltre 700 km di linee avvenuta a partire dagli anni Cinquanta non ha sortito la progettazione e realizzazione di nuovi tracciati lasciando le aree della Sicilia centrale e sud-occidentale prive di collegamenti ferroviari… La rete è per la massima parte a binario unico (1146 km) e di questa ne sono stati elettrificati 791 km. L’estensione delle linee a doppio binario elettrificato è di 223 km”.

Praticamente in Sicilia la rete ferroviaria assomiglia in buona parte a quella dei film di John Ford sul Far West. Un mio caro amico che ha fatto un lungo giro in bicicletta nel sud Italia, a mia precisa domanda, ha risposto che di ferrovie in Sicilia lui non ne neanche viste. Di fatto, l’ultimo governo che si occupò fattivamente di ampliare la rete ferroviaria siciliana fu Mussolini (sempre Wikipedia: “il periodo dal 1920 al 1939 fu uno dei più importanti e densi di grandi lavori e perfezionamenti agli impianti fissi di linee e stazioni, nuove applicazioni tecniche, di mezzi di trazione più potenti e veloci in tutta Italia”). L’Italia della Repubblica se ne è strafregata, o meglio: se ne è occupata soprattutto per tagliare i cosiddetti “rami secchi”.

In questa situazione di fatto disastrosa, improvvisamente ecco l’interesse dei nostri governanti per fare cosa? Non certo per ammodernare la rete esistente, che avrebbe una sua logica, bensì per portare l’alta velocità. Un’altra logica, quindi, la stessa del Tav, del Terzo Valico, della Brescia-Padova (bocciate, lo ricordo, dalla commissione presieduta da Marco Ponti), della Napoli-Bari: far lavorare le imprese italiane.

Perché il fine è sempre e solo quello, consci, ovviamente, che i bandi europei (perché tali saranno) saranno vinti da imprese nostrane, dalle solite imprese nostrane. In un’isola in cui le ferrovie non sanno quasi che esistano, ecco arrivare improvvisamente il progresso, quello che viaggia a 300 km/h grazie a linee dedicate di grande impatto sul territorio e che se ne fregano delle piccole e medie stazioni.

Correggo quanto ho scritto sopra: effettivamente ci vuole un bel coraggio per proporre una roba del genere.

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