dal centro trasfusionale del Sacco di Milano

Domenica 14 giugno è la giornata mondiale del donatore di sangue. Giornata importante per svariati motivi, non ultimo quello di riuscire a sensibilizzare il maggior numero di persone possibile affinché possano intraprendere il percorso di donatore.

L’atto della donazione di sangue è un gesto di grande civismo, utile, se non addirittura indispensabile. Migliaia di persone nel mondo ricevono trasfusioni ogni giorno. Che si tratti di trasfusione di sangue o di alcuni suoi componenti (piastrine, plasma), sono innumerevoli i soggetti che possono avere il conforto di questo trattamento, che può costituire, a seconda dei casi, un’autentica terapia salva vita.

Quello della donazione di sangue è un argomento considerevole, lo è sempre stato. Ma è proprio in questo periodo, in quello che è, o dovrebbe essere, la coda di una pandemia mondiale, che vale la pena parlarne. Parlarne per riflettere e per…sorprenderci.

Dico sorprenderci non a caso. Noi tutti, come cittadini e come lavoratori, abbiamo potuto constatare come l’animo umano abbia reagito alla pandemia nelle più svariate modalità. Ora positivamente, ora negativamente. Ora in maniera comprensibile, ora lasciandoci esterrefatti e senza parole. Abbiamo dato il meglio, ma anche il peggio di noi stessi. E a ciascuno il compito di porre al vaglio non ciò che ha visto, non ciò che ha sentito, ma soprattutto ciò che ha fatto.

Siamo dei fenomeni nel giudicare le azioni, gli atteggiamenti, le parole di chi ci circonda. E a nulla vale il logoro trucchetto del ricorrere al vocabolario trasformazionale, dove giudicare viene più comodamente sostituito con valutare, soppesare, analizzare ecc. Siamo giudici a tempo pieno, il più delle volte avendone poco o punto il diritto.

Ma riguardo a quest’argomento, complice il fatto che lavoro proprio in un ambito dedicato, mi dà gioia il poter fare una valutazione, un’analisi… in definitiva, dare un giudizio, su come le persone si sono rapportate al mondo delle donazioni di sangue durante la pandemia. Mi dà gioia e mi stupisce perché, contrariamente a quanto stupidamente pensavo, le donazioni non hanno subito flessioni, non in maniera considerevole almeno.

All’inizio la diminuzione dell’afflusso di donatori c’è stata, ma è stata in parte anche voluta, oserei dire. Molti centri hanno infatti diminuito la quantità di donazioni per tre motivi principali: il primo perché le degenze puramente Covid non richiedevano supporto trasfusionale; in secondo luogo perché i normali interventi chirurgici, laddove possibile, sono stati sospesi, con conseguente diminuzione del consumo di sangue e suoi derivati; infine era necessario rivedere il percorso di accesso alla donazione per poterla effettuare in completa sicurezza (azione perfezionata in pochissimo tempo devo dire).

Una volta però passate le prime settimane, i donatori si sono dimostrati estremamente attenti, rispondendo in massa alle chiamate delle diverse strutture. Ma come è stato possibile? In un periodo dove anche solo uscire per la spesa poteva comportare uno sforzo psicologico non indifferente. Dove non si poteva andare a trovare praticamente nessuno. Dove ci era vietato, salvo eccezioni, il semplice uscire di casa.

Come è stato possibile che le donazioni di sangue, per fare le quali era necessario entrare in ospedale (magari in uno Covid dedicato), siano continuate più o meno stabilmente, registrando, in alcuni casi, anche degli incrementi? I motivi sono più d’uno, ovviamente, ma il più importante sicuramente è che, in questo frangente, la popolazione ha dato il meglio di sé.

Le strutture si sono allertate velocemente, questo sì. Le associazioni si sono attivate tempestivamente, questo è vero. Una campagna di informazione è stata portata avanti per spiegare come e dove poter continuare a donare in piena sicurezza. Tutto questo è stato fatto dai vari professionisti e volontari coinvolti. Ma a nulla sarebbe servito se la gente non avesse risposto positivamente all’appello. Sarebbe rimasto un prezioso messaggio, infilato in una bella bottiglia, che non avrebbe mai toccato terra.

Ma così non è stato. La popolazione ha risposto, e lo ha fatto nel migliore dei modi. Donatori abituali che hanno continuato a venire. Donatori nuovi, che si sono approcciati per la prima volta, proprio durante questo drammatico periodo. Insomma, una partecipazione non preventivata, che ha permesso alle varie strutture, di poter continuare la raccolta di sangue e suoi derivati.

È con questo spirito di gratitudine che vorrei, insieme a tutti i miei colleghi, complimentarmi con tutti i donatori e aspiranti tali. Donare il sangue, in definitiva, è donare un po’ di sé agli altri. Letteralmente un po’ di sé. Vale la pena ricordarlo, anche dopo la pandemia. Buon 14 giugno a tutti

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