Sulla base delle informazioni rese disponibili, l’intervento nella Popolare di Bari “sembra essere conforme al mercato” e quindi il salvataggio della banca “non costituisce aiuti di Stato”. La Commissione europea ‘vidima’ il piano predisposto dal governo per sostenere l’istituto di credito pugliese, commissariato lo scorso dicembre e travolto da un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto tutti gli ex vertici. Dopo il commissariamento da parte di Bankitalia e l’aiuto del Fondo interbancario di tutela dei depositi, il governo aveva varato un intervento del Mediocredito Centrale, controllato da Invitalia, con un’iniezione di centinaia di milioni di euro e l’intenzione di sviluppare un polo bancario del Sud.

Nel piano il Fitd, che raggruppa le altre banche italiane, parteciperà con uno stanziamento di 1,17 miliardi di euro, compresi i 364 già anticipati, mentre il Mediocredito Centrale, che assumerà il controllo dell’istituto barese, parteciperà con 430 milioni. L’operazione prevede la trasformazione della Popolare in spa e e l’aumento di capitale che dovrà essere approvato dall’assemblea dei soci, ai quali spetta l’ultima parola nella riunione prevista il 30 giugno. La convocazione formale per gli azionisti, per i quali sono previsti una serie di incentivi e un’offerta transattiva, potrebbe arrivare fra venerdì e lunedì.

La notizia del via libera dell’Ue, confermata da una portavoce di Bruxelles, arriva all’indomani dell’intesa con i sindacati che ha spianato la strada proprio al salvataggio impostato dal governo. Il piano prevede circa 650 esuberi spalmati su dieci anni, tramite pensionamenti e prepensionamenti volontari. Sono esclusi invece licenziamenti ed esternalizzazioni. Il risparmio ipotizzato è attorno a 67 milioni di euro, circa 3 in meno di quanto inizialmente chiesto dai commissari. È inoltre prevista la chiusura di 91 filiali.

Gli ex vertici della banca sono stati travolti da un’inchiesta della procura di Bari sulla gestione dell’istituto di credito. Al centro dell’indagine il ruolo di Marco e Gianluca Jacobini, arrestati a gennaio. Secondo l’ipotesi accusatoria erano loro i registi dei presunti affari illeciti che avrebbero portato la banca sull’orlo di una crisi di liquidità. Tra gli indagati figura anche l’ex ad e direttore generale Vincenzo Figarola De Bustis, in passato a capo di Banca 121, Mps e Deutsche Bank Italia.

Agli Jacobini è stato recentemente sequestrato un patrimonio di circa 16 milioni di euro e la procura ipotizza l’ostacolo alla vigilanza per aver nascosto a Bankitalia la concessione di finanziamenti ad alcuni clienti “direttamente o indirettamente utilizzati per l’acquisto di azioni proprie” incidendo negativamente per 50 milioni sui bilanci.

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