Lunedì 15 gli insegnanti tornano a scuola, certamente quelli delle superiori impegnati nelle commissioni degli Esami di Stato, la maturità. Oltre ai docenti delle classi (due per commissione), un presidente esterno che organizza, sovrintende e garantisce. Non ancora esauriti i salti mortali per reclutare i presidenti, così che parecchi uffici scolastici regionali (Usr) sono ancora a caccia, specialmente nel Nord.

D’altra parte i parecchi docenti “emigranti”, tornati a casa al tempo della chiusura delle scuole, di tornare non ci pensano proprio: dovrebbero sobbarcarsi spese e disagi non commisurati al compenso. Tornano, se proprio devono, quelli che sono stati nominati commissari per le loro classi, quelle che non vedono dalla fine di febbraio, a meno di insegnamento a distanza nel frattempo.

Lunedì le commissioni si riuniscono per le “operazioni preliminari”: si occuperanno di predisporre il necessario per i colloqui “in presenza”. Al presidente il compito supplementare di quest’anno: accertarsi che tutto sia predisposto secondo le indicazioni del Comitato tecnico scientifico in quanto a sicurezza sanitaria, a cominciare dalla compilazione e sottoscrizione di un modulo appositamente previsto per candidati, accompagnatori e docenti esaminatori, proseguendo poi nella gestione degli ingressi dei candidati e degli accompagnatori, fino all’areazione e sanificazione delle aule nonché del rispetto dei distanziamenti e del corretto utilizzo dei presidi sanitari, mascherine in primis.

Mercoledì 17 appariranno i primi studenti per il colloquio, massimo 60 minuti, che sostituisce tutte le prove d’esame. Accederanno ai locali della scuola presentandosi 15 minuti prima del colloquio, seguendo il protocollo e le scadenze comunicate dalla commissione. Solo al termine di tutti i colloqui verranno affissi i tabelloni, fisici e virtuali, con gli esiti e le valutazioni finali.

Nei giorni successivi a mercoledì 17, salvo casi particolari, saranno esaminati cinque studenti al giorno. In tutta Italia sosterranno l’esame 515.864 studenti, comunica il Ministero dell’istruzione, tutti ammessi di default, senza la selezione dello scrutinio finale che in altri anni ha falcidiato circa il 6% degli studenti della classe terminale, ritiri precoci e assenze prolungate compresi. Di questi 457.980 provengono dalla scuola statale, 40.682 dalla scuola paritaria e 17.202 sono i privatisti.

Considerato il coinvolgimento famigliare, almeno fino ai nonni passando da zii e cugini, è facile stimare che la fascia di popolazione coinvolta sia prossima al 5-6% degli over 10 del nostro paese. Dunque un evento importante, specialmente quest’anno perché rappresenta il primo ritorno fisico a scuola, la riapertura dopo l’epidemia. Oltretutto uno sforzo organizzativo non indifferente, in pochi giorni e nel contesto di una situazione in continua evoluzione.

I maturandi appariranno al cospetto di una commissione che li conosce già, che li ha frequentati anche durante la chiusura per via telematica. Avranno già consegnato l’elaborato sostitutivo della seconda prova scritta sapendo che costituirà un decisivo punto di partenza per la valutazione finale, specie se non conterrà plagi, strafalcioni, esercitazioni troppo spinte di copia/incolla. Soprattutto saranno chiamati a discuterne dimostrandone la conoscenza approfondita, la capacità di ragionarne, motivandone le scelte metodologiche e di contenuti.

Sanno che la commissione seguirà la scansione indicata nell’ordinanza ministeriale per non incorrere in ricorsi e per trattare tutti nello stesso modo: prima l’elaborato, poi la discussione su un breve testo di studio di italiano del programma di Italiano, seguito dalla discussione interdisciplinare su un argomento proposto dalla commissione, la presentazione di una relazione sull’attività di alternanza scuola-lavoro e infine alcune domande di Cittadinanza e Costituzione.

Insomma, dovrebbe andare tutto liscio, ma qualche sorpresa potrebbe venire proprio dalle commissioni d’esame. Oltre tre mesi di lontananza dalla scuola a qualche docente potrebbero aver fatto bene, ritemprati anche dalle nuove attività svolte per l’insegnamento a distanza. Per altri potrebbero essere stati una vera sciagura: aumentato l‘individualismo spinto, la vis polemica e il desiderio di ritrovare all’esame qualcuno dei lazzaroni che hanno tenuto il video spento durante le sue lezioni on-line o che si sono presentati in pigiama all’interrogazione di mezzogiorno.

Dopo mesi di chiacchiere e di polemiche – tutti pedagogisti, specialmente i fighetti da salotti tv e i commentatori da giornali antisistema, tutti pronti a dire come si deve fare senza mai assumersi alcuna responsabilità, com’è costume da noi – questo è il momento di lavorare al meglio per salvare il salvabile della nostra scuola e testimoniare con forza a ragazzi e famiglia che ancora una volta la scuola c’è, che è migliore del resto del paese, che accetta lezioni da tutti meno che da quelli che non pagano le tasse, così contribuendo alla fatiscenza degli edifici e al sottosviluppo dell’istruzione, quindi del paese.

E che, nonostante tutto, anche quest’anno sfornerà mezzo milione di diplomati – alcuni buoni, altri meno, ma che potranno stare al passo con i loro coetanei europei se solo lo vorranno. Basterebbe che qualcuno si degnasse di considerarla, la scuola. E provasse, con umiltà e metodo, a chiamare a raccolta le energie disponibili per progettare e esperimentare il cambiamento necessario.

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