Nella settimana appena conclusa e durante quelle successive, il Brasile potrebbe fare da banco di prova per testare il vaccino nato dalla partnership tutta inglese tra l’università di Oxford e la casa farmaceutica Astra Zeneca. La nazione più grande del Sudamerica – e anche la più falcidiata dal coronavirus – sarebbe la prima al mondo oltre al Regno Unito nella sperimentazione.

Il nulla osta è stato dato dalla Agência Nacional de Vigilância Sanitária (Anvisa) a fronte di un quadro generale sempre più tragico: nelle ultime 24 ore si sono registrati altri 30.000 casi e 904 morti, elevando il bilancio provvisorio a 35.026 decessi e 645.771 casi ufficiali. E come se ciò non bastasse, governo e magistratura, che usano la pandemia come pretesto per scannarsi reciprocamente, hanno raggiunto in queste ore un punto di non ritorno.

Gilmar Mendes, ministro del Supremo Tribunale Federale, ha accusato il Ministero della Salute di nascondere il numero reale dei morti, chiedendo un macabro riconteggio che il ministero – senza ministro per via delle dimissioni di Mandetta e del suo successore Nelson Teich ormai da un mese – ha rifiutato. Il portale del governo era rimasto off-line per alcune ore, e una volta ripristinata la linea, non avrebbe aggiornato i dati accumulati nel frattempo.

Un percorso lungo 7 anni

La notizia della sperimentazione del vaccino, che conferma voci di corridoio dei giorni scorsi, è stato annunciato nel notiziario di SBT (Sistema Brasileiro de Televisão), il secondo canale televisivo brasiliano dopo Rede Globo e il terzo assoluto dell’America Latina, riportato anche nel Regno Unito.

Sarebbero duemila i volontari pronti a fare da cavie, tutti scelti tra il personale medico degli ospedali di São Paulo e Rio de Janeiro, che combattono in prima linea l’impari guerra contro il generale Covid.

La sperimentazione sarà preceduta da due fasi: 1) Selezione dei volontari; 2) Test Covid rapido per sapere se sono negativi o meno. I positivi verranno esclusi. Alla fine di queste due fasi, sarà inoculato il vaccino ai prescelti, tenuti quindi sotto osservazione per un anno, pur continuando il loro lavoro in ospedale.

Il 30 aprile scorso la casa farmaceutica inglese Astra Zeneca, una delle top five del settore, e l’Università di Oxford, ha annunciato la conclusione dell’accordo per la registrazione congiunta del brevetto del vaccino, che era già entrato nella prima fase di test la settimana precedente su un campione selezionato di volontari tra i 18 e i 55 anni in Gran Bretagna. Astra Zeneca si occuperà della produzione – – in tandem con l’Irbm di Pomezia, in provincia di Roma – e della distribuzione dello stesso, una volta terminata con successo la fase sperimentale.

La tecnica consiste in una versione indebolita del vettore virale contenente la proteina di punta del virus SARS-CoV-2. La multinazionale ha rimarcato più volte che la creazione di un vaccino di tale portata non sarà a fine di lucro, e il prezzo calmierato, garantendo solo la copertura dei costi sostenuti. Vedremo, le case farmaceutiche non sono esattamente enti benefici.

Lo dimostra il fatto che l’azienda ha lavorato sottotraccia a un progetto similare fin dal 2013, quando il suo Ceo, Pascal Soriot, investì 240 milioni di dollari su una piccola ma geniale bio-tech del Massachusetts, Moderna Therapeutics, entrando così in possesso del suo know-how nella manipolazione genetica del Rna, che consente di creare proteine dentro una cellula. Investendo negli anni successivi altri 320 milioni, Soriot entrò nel pacchetto azionario di Moderna che aveva già testato con successo un vaccino battezzato mRNA-1273 su un altro coronavirus.

Oggi Moderna vale 30 miliardi, e Astra Zeneca non solo ne possiede quasi il 10% ma soprattutto gode dei diritti su 40 dei suoi principi attivi in grado di intervenire sulle sequenze genetiche.

È proprio grazie a uno di questi che azienda e università insieme hanno potuto sviluppare il nuovo vaccino. Adesso la multinazionale di Soriot vale oltre 70 miliardi, più della Shell Oil.

Conclusioni (per ora)

Che un paese disperato come il Brasile, privo di una strategia governativa adatta a fronteggiare la più grave epidemia planetaria dai tempi della Spagnola, sia stato preferito per questo esperimento ai più blasonati Stati Uniti – pur avendo questi il triplo dei morti e dei casi – induce a qualche legittimo sospetto: non sarà forse che, facendo parte del III mondo latino-americano, se qualcosa andasse storto, ci sarebbero sempre meno ripercussioni rispetto alla nazione leader occidentale? Tuttavia è una chance che sarebbe suicida rifiutare.

Specie adesso che la Oms ha fatto marcia indietro, riprendendo i trial sull’uso dell’idrossiclorochina, dopo averla messa al bando in seguito a uno studio pseudo-scientifico pubblicato dalla rivista Lancet, rivelatosi poi infondato.

Cosicché ora che il farmaco è stata inserito nel protocollo di cure standard, secondo i dati del Ministério da Saúde confermati anche dall’immunologa giapponese Nise Yamaguchi, le percentuali di guarigione sarebbero aumentate considerevolmente.

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