“Denegata Giustizia” o “Giustizia sospesa”, due formule che esprimono lo stato dei tribunali in Italia. La consuetudine dei tempi normali è spesso contrassegnata dalla negazione della funzione – talvolta anche il ritardo nella risposta giudiziaria produce effetti nefasti -, con perniciose conseguenze per i cittadini, per l’economia nazionale e per le casse dello Stato chiamato a pagare ogni anno centinaia di milioni per gli indennizzi da equa riparazione.

Oggi, in giorni dominati dall’emergenza sanitaria, è “sospensione” il sostantivo più in voga per fotografare lo stato dell’arte. Lo usano gli avvocati per protestare all’ingresso dei tribunali con striscioni, flash mob, costituzione di comitati, vecchi codici di procedura cestinati come segnale di sdegno per una paralisi che mantiene bloccata da mesi la macchina della giustizia. Rarissime le udienze “da remoto”, molto enfatizzate nei primi decreti dell’esecutivo, lunghissimi i rinvii, impossibilità di accesso alle cancellerie, difficile dialogo con gli uffici attraverso gli strumenti telematici.

Tutto lascia presagire che i prossimi rapporti del Consiglio d’Europa sull’efficienza e sulla qualità dei sistemi giudiziari europei disegnino un quadro ancora più impietoso dell’Italia. Con i tempi della giustizia civile che segneranno ulteriormente il passo rispetto ai dati riportati nell’ultimo dossier – risalente al 2018 – dell’organizzazione internazionale, otto anni di media per chiudere i tre gradi di giudizio a fronte dei due anni dei paesi europei. Desolatamente penultimi nelle classifiche dei paesi dell’Unione europea, solo la Grecia è più indietro di noi.

Non vanno meglio le cose in Spagna, dove il Covid 19 ha provocato el parón, la stasi del sistema giustizia iberico. Dalla sospensione dei termini processuali – necessaria in una fase di grave crisi epidemiologica – si è passati all’assoluta incertezza sui tempi di ripresa delle attività: è come se la pandemia avesse messo a nudo le contraddizioni di un sistema che presenta falle vistose, con il lavoro agile poco praticato, il miraggio delle udienze “da remoto” e una informatizzazione ancora non adeguata ai tempi.

E poi strutture non all’altezza: il centralissimo tribunale del lavoro di Madrid è ubicato in spazi angusti, la mancata ventilazione, la carenza di appropriati ascensori e la scarsità delle aule hanno spinto i vertici degli uffici alla riduzione degli accessi, passati dai 3500 giornalieri di media agli attuali 680. Altri uffici giudiziari hanno di fatto sospeso ogni attività fino al prossimo 31 luglio, una disorganizzazione che è denunciata dalla classe forense e dalle stesse associazioni di magistrati.

In un documento congiunto dello scorso 7 maggio, le principali organizzazioni di giudici e inquirenti (tra le altre le influenti Asociación profesional de la Magistratura – Apm – e la Asociación Jueces por la Democracia), hanno manifestato il proprio malessere per lo scarso ascolto del ministro della Giustizia, Juán Carlos Campo (un ex giudice), nell’adozione delle misure straordinarie. I giudici denunciano il mancato potenziamento degli strumenti tecnologici, la carenza di un quadro normativo chiaro per la tutela delle garanzie processuali nell’ambito di un giudizio telematico, con una riforma in materia appena accennata in un intervento legislativo del 2011 rimasta solo sulla carta.

Sembra che l’emergenza abbia abbattuto il muro che separava il sistema spagnolo, normalmente virtuoso con una durata media dei processi civili in primo grado di 282 giorni, da quello italiano, affetto da disfunzioni croniche che ne appesantiscono i tempi, tanto da portare a 514 i giorni necessari per vedere definita una causa dal primo giudice.

Non è però questo il tempo per rimorsi o rimpianti, è piuttosto l’occasione per i due paesi di dotarsi di misure dirette a migliorare la qualità dei rispettivi sistemi: con più estesa abilitazione del personale amministrativo ai registri informatici, col potenziamento dei front office telematici per la ricezione delle richieste dell’utenza, con l’utilizzo di firma digitale da parte dei funzionari addetti al rilascio, da remoto, di copie e certificazioni. E magari con termini processuali perentori, anche per i magistrati.

Serve un po’ di buona volontà. A Madrid come a Roma.

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