di Diego Battistessa*

Il Costa Rica è senza ombra di dubbio un Paese peculiare dentro la regione latinoamericana e questo martedì 26 maggio lo ha dimostrato ancora una volta. Alle 00.01 è stato celebrato il primo matrimonio egualitario della sua storia, dopo un duro dibattito politico durato decenni che ha finito per infiammare e determinare le elezioni del 2018, vinte poi da Carlos Alvarado.

Il cattolico Costa Rica (la confessionalità dello Stato è esplicita nella Costituzione) diventa così il primo paese centroamericano dove la comunità Lgbt vede finalmente riconosciuto questo diritto fondamentale. L’evento è stato preparato fin nei minimi dettagli. Lo sposalizio è stato trasmesso in diretta nazionale attraverso l’utilizzo dei social (con copertura delle televisioni nazionali) così da permettere, nonostante il momento di confinamento a causa del Covid-19, alla comunità Lgbt di celebrarlo.

Tutte le più grandi testate nazionali, regionali, nordamericane e spagnole hanno diffuso la notizia con lunghi articoli celebrativi che rimandano alla storicità e importanza di questo accadimento.

Il lungo conto alla rovescia verso le 00.01 di questo martedì è iniziato però nel 2018. È infatti alla fine quell’anno che una sentenza del Tribunale Costituzionale costaricano determina la legalità del matrimonio egualitario a 18 mesi da quella data.

Quell’anno e mezzo di attesa è finalmente terminato e per il centro America si apre finalmente uno spiraglio di luce per quanto riguarda i diritti della comunità Lgbt. Ma come detto all’inizio, il Costa Rica è un paese peculiare. Basti pensare che sempre nel 2018 si sono celebrati 70 anni da quando il Paese ha abolito l’esercito (unico Stato della regione latinoamericana che non ha forze armate). Era il 1° dicembre del 1948 e il presidente (de facto) dell’epoca, José Figueres Ferrer, abolì tutte le forze armate, alla fine di una guerra civile che aveva insanguinato il Paese. L’articolo 12 della costituzione costaricana (quello che abolisce l’esercito) diventò cosi la pietra fondativa della nuova convivenza civile.

Durante 70 anni, ricordava il presidente Carlos Alvarado nel 2018, non sono stati spesi soldi pubblici in carri armati, armi e personale militare. Tutto quel denaro è stato invece destinato ad educazione, conservazione ambientale e salute: è stato un investimento sullo sviluppo umano che ha avuto ricadute significative. Il lungo periodo democratico e la stabilità sociopolitica sembrano dar ragione alle scelte del 1948 e considerando che il Costa Rica è il paese latinoamericano che meglio sta rispondendo alla pandemia del Covid-19, fare obiezioni diventa davvero difficile.

Un Paese che inoltre ospita la sede latinoamericana della Corte Interamericana dei Diritti Umani, oltre a numerose altre istituzioni di carattere multilaterale. Un paese il cui motto è “pura vida” (pura vita), che viene considerato dall’Happy Planet Index come il luogo più felice al mondo, con l’aspettativa di vita tra le più alte della regione (79,57 anni) e che ospita la più grande densità di specie al mondo.

Quanto accaduto questa notte è dunque solo un altro elemento che colloca ancora una volta il Costa Rica tra le società democratiche più progredite al mondo. Un cammino non facile, lungo e tortuoso, che però ci consegna una cartina tornasole di una regione divisa e in confronto sui grandi temi riguardanti i diritti civili.

I nomi di Alexandra Quirós e Daritza Araya (la coppia sposatasi questa notte) rimarranno nella storia cosi come il loro sì. In qualche modo il Costa Rica ha potuto cercare di ricucire anche una ferita, dolorosa e mai taciuta. Costaricana era infatti Chavela Vargas, indimenticata e indimenticabile eclettica cantante, che abbandonò molto presto il suo paese trovando fama e riconoscimento in Messico (dove acquisì la nazionalità) e Spagna. Il suo orientamento sessuale era motivo di rifiuto e discriminazione in Costa Rica e Chavela non dimenticò mai la sofferenza che questo le causò.

In un documentario del 2017, Catherine Gund e Daresha Kyi ci fanno riscoprire la vita di María Isabel Anita Carmen de Jesús Vargas Lizano (Chavela Vargas), a 5 anni dalla sua morte. La depressione, l’alcolismo, la sua vita intima, un quadro che dipinge la figlia che il cattolico Costa Rica crocifisse sull’altare del pregiudizio e del peccato. Oggi questa vittoria è anche per lei.

*Docente e ricercatore dell’Istituto di studi Internazionali ed europei “Francisco de Vitoria” – Università Carlos III di Madrid. Latinoamericanista specializzato in Cooperazione Internazionale, Diritti Umani e Migrazioni.

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