Quando la polizia belga ha fatto irruzione in casa sua non l’ha riconosciuto. La barba lunga, i vestiti larghi, quella distesa di pelle nuda dove prima c’era un bosco di treccine. Gli hanno inchiodato le mani dietro la schiena e gli hanno detto che era finta. Per sempre. Poi l’hanno scortato fuori. Lungo il corridoio, oltre il portone d’ingresso, sul marciapiede scuro, dentro la volante. Nessuno si è ricordato di aver già sentito parlare di lui. Nizar Trabelsi. Lettere che ormai non voglio dire più niente. Un nome che presto sarà sostituito da un numero. Perché Nizar Trabelsi è stato arrestato la mattina del 13 settembre 2001, quando ciò che restava delle Torri Gemelle non aveva ancora smesso di fumare.

La polizia lo teneva sotto osservazione già da qualche mese. Ossia da quando aveva ricevuto la notizia che un tunisino stava pianificando un attentato contro la base militare di Kleine-Brogel. Non un obiettivo qualsiasi, ma un punto strategico nel Vecchio Continente per l’aviazione statunitense. Anche perché al suo interno, si diceva, erano custodite decine di testate nucleari. Il piano era molto semplice: stipare 950 chilogrammi di esplosivo su un camion e lanciarsi a tutta velocità contro l’ingresso della base. Proprio all’ora della colazione, quando la concentrazione di soldati a stelle e strisce sarebbe stata massima. Un attentato suicida.

Un attentato che avrebbe regalato a Nizar Trabelsi quella gloria eterna che non aveva ottenuto da calciatore. Perché era stato proprio il pallone a portarlo in Europa diversi anni prima. Aveva iniziato a giocare nelle strade assolate di Sfax, costa orientale della Tunisia. Una città che è soprattutto un centro portuale, una bocca aperta sul Mediterraneo che ogni giorno sputa lontano navi cariche di olio di oliva, pesce fresco e sogni di gloria. Trabelsi le osserva e gioca, le fissa e segna. E anche discretamente. Comincia a farsi notare nelle giovanili tunisine, fino a quando non finisce sul taccuino di un osservatore dello Standard Liegi. Il ragazzo ha talento, può ritagliarsi un futuro. Così il club belga decide di offrirgli un contratto.

Trabelsi accetta e ringrazia, firma e butta le sue cose in una valigia. Per lui è arrivato il momento di lasciare la Tunisia. Non a bordo di una nave, ma su un aereo. In biancorosso però resta appena un anno. Poi è tempo di partire. Un altro aereo, un’altra speranza chiusa nella borsa. Stavolta atterra in Germania, lo aspetta il Fortuna Dusseldorf. I biancorossi iniziano e chiudono la stagione al nono posto. Un anno senza brividi, mesi trascorsi a galleggiare nella mediocrità. Nizar non gioca praticamente mai. Si isola, comincia a pensare di poter recitare solo su palcoscenici più modesti e scricchiolanti. Il resto lo fanno l’alcol e la cocaina. In campo le cose vanno ancora peggio.

Così, senza neanche accorgersene, Trabelsi viene risucchiato nella periferia del calcio. Ogni anno è costretto a giocare al ribasso. Passa al Wuppertaler, poi al FC Wülfrath, al Wermelskirchen e infine al VfR Neuss. Sempre senza lasciare traccia, senza che nessuno riesca a stamparsi il suo nome in testa. Nel 1994 Trabelsi ha 24 anni. E la sua carriera calcistica è praticamente morta. Il ragazzo è sull’orlo del precipizio e fa di tutto per non guardare giù. La spinta definitiva, però, gliela dà un incontro. Quello con Tarek Maaroufi, uno che nel curriculum poteva vantare il titolo di primo cittadino belga che dal dopoguerra si era visto togliere la nazionalità. Un primato che a Trabelsi non deve poi sembrare così serio.

Maaroufi, che si suiciderà qualche anno più tardi, gli indica una vita tutta nuova. Lo porta con sé a Londra, nelle moschee più radicalizzate che da tempo sono sotto i radar della polizia internazionale. Poi conosce Djamel Beghal. E, se possibile, le cose iniziano a peggiorare. L’ex calciatore vola in Afganistan e fa perdere le sue tracce. Per mesi. Nel 2000 riappare in Germania. Ma non è intenzionato a restare a lungo. Deve solo ordinare alla moglie di seguirlo. Grazie a due passaporti falsi sono di nuovo in Afganistan. Stavolta a Jalalabad. Ormai è solo una questione di tempo. Deve restare nell’ombra e aspettare, pazientemente. E pianificare la sua prossima mossa.

Dopo qualche tempo riesce a incontrare Osama Bin Laden. In persona. Si danno appuntamento in una villa chiamata simbolicamente casa della pace. Prendono un te. Si scambiano qualche opinione. “Mi disse che potevo considerarlo come un padre – dirà poi Trabelsi ai giudici – è per questo che lo amo”. Un affetto che sembra essere ricambiato. Bin Laden sa tutto di lui. Anche di quel tempo lontano in cui prendeva a calci un pallone. Così gli affida un primo incarico: ci sono due statue da abbattere. All’inizio del 2001 Trabelsi esegue gli ordini. Un commando posiziona della dinamite sotto le due statue dei Buddha di Bamyan. Erano alte 55 e 33 metri ed erano patrimonio dell’umanità. I talebani le consideravano simboli pagani da abbattere a tutti i costi. Dovevano lanciare un messaggio, dovevano far capire al mondo che quell’attenzione verso quelle due figure scolpite nella roccia circa 2mila anni fa era disgustosa visto che il popolo afgano soffriva di fame.

Qualcuno riprende la scena. Due esplosioni fortissime e un’immensa nuvola di polvere che si alza verso il cielo prima di posarsi a terra. Poi di nuovo la pace. Ma questo a Nizar non basta. Non più. Lui vuole diventare un martire di Al Qaeda. Così torna in Belgio e pianifica l’attentato contro la base militare di Kleine-Brogel. Quello che non sa è che nel frattempo Djamel Beghal è stato arrestato. E ha detto qualcosa. Perché oltre a confessare il suo piano per far saltare in aria l’ambasciata americana, aveva raccontato anche delle intenzioni del suo amico. Quando la polizia fa irruzione nel suo appartamento trova armi, passaporti falsi e formule per preparare esplosivi. Trabelsi viene arrestato e conferma.

Nel giugno del 2004 viene condannato a 10 anni di carcere. Ma Nizar non è un detenuto modello. Nel 2006 aggredisce una guardia carceraria. Così l’ex attaccante viene trasferito nella prigione di massima sicurezza di Nivelles. La calma dura poco. Nel 2007, quando mancano pochi giorni al Natale, la polizia scopre l’esistenza di un piano per farlo evadere e arresta altre 14 persone. Non che con i compagni vada meglio. “Metteva a tutto volume un cd con preghiere in arabo dove si sentivano esplosioni e colpi di fucile – racconta a La Libre Belgique un ex detenuto – le guardie non volevano avere niente a che fare con lui, si accontentavano di fargli abbassare il volume”.

Nel 2013 la storia di Trabelsi sembra essere giunta alla fine. Invece gli Stati Uniti chiedono e ottengono l’estradizione. Appena arrivato in America il tunisino apprende la novità: avrebbe scontato l’ergastolo in una prigione della Virginia. Senza la possibilità di libertà vigilata. Trabelsi non ci sta. Scrive alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Afferma che quella sentenza calpesta la sua dignità e i suoi diritti fondamentali. La Corte gli dà ragione e condanna il Belgio, che aveva dato il via libera all’estradizione, a risarcire Trabelsi con 90mila euro fra danni morali e spese legali. Una buona notizia per l’ex attaccante. Ma non c’è tempo per rallegrarsi. Qualche mese dopo, infatti, il Tribunale di Strasburgo affermerà un’altra verità rigettando il suo ricorso contro il Belgio per averlo estradato negli Stati Uniti.

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