Mentre la scuola, come recita il comma 1 dell’art 34 della Costituzione, è “aperta a tutti” (qualsiasi siano le condizioni socio-economico-culturali; quelle fisiche, quelle psicologiche; quelle relative al sesso, all’appartenenza politica e religiosa ecc., l’istituzione scolastica deve accogliere e accoglie tutti perché essa è strumento del principio di eguaglianza sostanziale) ciò che viene configurato dalla didattica di emergenza (che non chiamerò didattica a distanza, semmai didattica in assenza) non gode di analoghi requisiti. Pertanto non è scuola.

Si è trattato, è innegabile, di una volenterosa, responsabile, tempestiva, professionale risposta ad un’emergenza impossibile da prevedere e anche solo da immaginare. Ma non è Scuola. E non è nemmeno didattica. Perché manca di una serie di condizioni, irriproducibili in assenza.

Il Miur, messa al lavoro l’ennesima commissione, non in grado ancora di elaborare un piano articolato per il rientro a settembre – al momento non ancora garantito, ce lo diranno i dati dei contagi e le previsioni per l’autunno – con un problema enorme di edilizia scolastica, uno altrettanto enorme di organico, con ulteriori criticità non indifferenti (quali lo stato psicofisico di studenti e docenti, dopo un lungo periodo di devastante segregazione, vissuto tra bricolage del contatto a distanza e fiumi di circolari e ordinanze piovute senza apparente aggancio con le concrete condizioni), invece che intervenire per tentare di sanare le differenze (evidenziate già in precedenti interventi) in questo scorcio di anno scolastico (e non – lo ribadisco – di scuola), si è prodotto in una Ordinanza concernente la valutazione finale degli alunni per l’anno scolastico 2019/2020 e prime disposizioni per il recupero degli apprendimenti, che sembra letteralmente dimenticare la premessa – ineliminabile, però – di questo discorso. Surreale.

Persino il Cnspi (Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, organo tenuto a fornire un parere obbligatorio, ma non vincolante) aveva chiesto, almeno per la scuola primaria, di evitare la valutazione numerica. Altri si erano spinti oltre: il Cidi e l’Mce – due associazioni storiche della scuola democratica, che auspichiamo assumano posizioni lungimiranti anche rispetto ad altri temi che tengono sotto scacco la scuola oggi – avevano pubblicato un appello per la moratoria dei voti in tutti gli ordini di scuola, che chi scrive ha convintamente firmato, insieme alla Lipscuola, di cui è portavoce.

Vorrei provare a spiegare perché. Il problema della valutazione, comunque la si pensi, è uno dei temi spinosi che hanno accompagnato la deriva normativa degli ultimi 25 anni, dalla Scuola della Repubblica ad un modello tendenzialmente aziendalizzato (complice l’autonomia scolastica) che ha reso la scuola – da organo costituzionale – servizio all’utenza. Si è trattato di un processo doloroso per la democrazia italiana, per chi creda alla scuola statale come espressione dell’interesse generale; che ha inserito nei gangli del sistema scolastico elementi fortemente ideologizzati, da una visione del “merito” fortemente orientata non più ai principi della libertà di insegnamento e apprendimento, ma ad una adesione meccanica di insegnamento e apprendimento, fortemente condizionati dall’efficientamento del sistema in termini economicisti e non più didattico-pedagogici.

Per certi versi una semplificazione di ciò che, al contrario, dovrebbe essere complessificato, perché riguarda individui in formazione, ciascuno con storie e peculiarità differenti. Quello che noi dovremmo valutare (cioè attribuirgli valore) è un processo, che non ha caratteri di verità assoluta né fondamenti dogmatici, ma che è – al contrario – fortemente commisurato all’individuo, la persona in cui il processo si sta determinando; e condizionato da chi la rileva.

Oggi, comunque la si pensi sulla valutazione, non esiste la possibilità di osservare quel processo. Perché, come si diceva, non c’è scuola, la scuola non c’è: le condizioni della didattica di emergenza non la riproducono e non la garantiscono, né dal punto di vista delle opportunità egualitarie, né da quello della cosiddetta relazione educativa. Ancor meno possiamo ridurre l’osservazione che non c’è ad un numero: il voto numerico.

Che cosa ci chiede, invece, la ministra oggi? Di ignorare la particolare ed ellittica condizione in cui siamo; di far finta che tutto sia immutato, compresi gli strumenti valutativi: i voti. Che, per i motivi che ho spiegato, non possono che essere spesi nella scuola; che però non c’è. Quello che la Azzolina e i suoi collaboratori stanno facendo è – ancora una volta – anteporre motivazioni di carattere burocratico e ideologico alla azione didattico-pedagogica. Chiedendoci di fare e di operare, nel simulacro riprodotto solo esteriormente, come se fossimo nella scuola vera.

Come si può chiamare questo, se non un ulteriore, potentissimo attacco al rispetto, all’autorevolezza e – soprattutto – al senso della scuola statale, laica, pluralista, democratica e inclusiva, cioè la scuola della Repubblica? Tanto più quando – con un rocambolesco dietrofront – si rimettono in gioco persino le bocciature, che inizialmente (e intempestivamente, come pure si cercò di spiegare) la ministra aveva escluso. Puntellando di indignazione di maniera tweet (sic!) e dichiarazioni contro “il 6 politico”: ma cosa c’entra? La serietà di un’istituzione non passa attraverso proclami social. Sarà necessario e opportuno esprimere il proprio dissenso rispetto all’ordinanza nei collegi dei docenti.

Tutto questo infatti è molto pericoloso. Attraverso l’abuso degli strumenti e la loro decontestualizzazione si dà vita nient’altro che a una liturgia che riproduce solo formalmente una “normalità”; e non si fa altro che sottrarre significato al senso reale e all’importanza che la scuola deve avere come presidio di democrazia e cittadinanza consapevole.

Ancora, come nella cosiddetta “didattica” a distanza, così nella valutazione, mancano totalmente il soggetto, il gruppo e le loro dinamiche. Sarebbe stato molto più utile, davvero formativo e certamente più serio, che bambine e bambini, ragazze e ragazzi concludessero le classi intermedie in ogni ordine di scuola con una valutazione narrativa, capace di uscire dalla sfera numerica e limitante (in una condizione già limitatissima) per ri-scoprire il senso di una comunità che ha cercato di andare avanti, nonostante tutto, per la responsabilità e il piacere di mantenere aperti i canali.

Di non lasciare indietro nessuno, spesso – umanamente – non riuscendoci, nonostante l’impegno; di rispondere con gli strumenti della cultura e della presenza, della parola (sebbene a distanza), della cura della mente nella solitudine dell’isolamento, alla fragilità che la pandemia ha messo in luce. Sarebbe stata – questa sì – una magnifica opportunità di uscire dalla logica mercificatrice e competitiva e di avviare una serena riflessione collettiva sul senso della scuola e della cultura emancipante.

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