La musica sta nel silenzio. Si basa su quelle piccolissime pause che creano quella tensione, l’attesa”. Lo raccontava così il suo amore per la musica Ezio Bosso, morto la scorsa notte nella sua casa di Bologna a 48 anni a seguito delle complicanze dovute alla malattia neurodegenerativa di cui soffriva. Pianista, compositore, direttore d’orchestra, instancabile adoratore di ogni possibile sinfonia, spartito, nota musicale, semicroma o semibreve. E in questa ricerca di quiete del suono perfetto, pulito, profondo, sembrava sempre risiedere la passionalità classica di Bosso verso quella musica a cui aveva dedicato l’intera esistenza. Aveva iniziato prestissimo a suonare a nemmeno 5 anni. Non sapeva ancora scrivere, ma sapeva già solfeggiare.

La musica c’è a prescindere da noi, c’è negli uccelli, nel vento, nel silenzio, nel mare. E questa roba mi fa stare bene. Ero più felice quando c’era la musica”, aveva spiegato a Domenico Iannacone in una speciale intervista andata in onda su qualche anno fa su Rai3. Originario di Torino, papà tranviere, mamma operaia alla Fiat, amava raccontare dei suoi, Bosso: “Nessuna famiglia borghese, ma di quegli idealisti, di quella generazione partigiana che cercava di liberarsi attraverso la cultura, la lettura. Persone che si indebitavano per i libri”. Ezio ancora piccolo si mette a suonare il fagotto (“non lo suonava nessuno”) “Più che scegliere la musica, è la musica che m’ha scelto, ne avevo più bisogno degli altri”.

Poi verso i dieci anni va al Conservatorio per diplomarsi al pianoforte. Un maestro rude e violento, ma anche un incontro spaziale che lascia senza fiato. Un signore dai capelli grigi che entra nell’aula dove il piccolo Bosso si esercita, l’insegnante si imbufalisce e l’uomo dice: “A me pare bravo, perché grida?”. Era John Cage. Bosso prima fugge dall’istituzione classica, poi tornerà per diplomarsi, intanto a 14 anni suona con la band degli Statuto. Mod nell’anima senza se e senza ma, Ezio “Xico” che “produceva troppe note”, spiegò scherzosamente a Rolling Stones il “maestro”, “tanto che dopo due anni mi cacciarono”. A 16 anni però debutta in veste di solista sul palco di Lione. E ad appena diciottenne inizia a suonare girando il mondo tra le più importanti orchestre (Wiener Kammer Orchestra, London Symphony Orchestra). Compone. Dirige. Esegue. Appoggiandosi lieve ai tasti di quel pianoforte amico e fratello. Piegato quasi a novanta gradi sopra la tastiera, Bosso si perde, si confonde e si fonde con lo strumento, la sua cassa armonica, la sua eco profonda.

Nel 2011 la doppia improvvisa disgrazia. A seguito di un’operazione dovuta alla rimozione di una neoplasia al cervello, viene colpito da una sindrome neurodegenerativa. Eppure Bosso non cede di un millimetro. Inarcato sul pianoforte, vive gli accordi, spinge a toccare senza cedere in tenacia il tocco dei bianchi e dei neri. Bach e Beethoven alleggeriti di 30 grammi a tasto, grazie ad un negozio di musica di Pietrasanta (Lucca), per permettere a Bosso di non faticare, di non spremere ulteriori energie con quelle mani, quelle dita che diventano lontane radici e appendici dell’artista. Nel 2016 esce un album sinuoso e importante: The 12th room. E Bosso sale anche sul palco di Sanremo per quel Following a bird, brano d’apertura di ogni suo concerto, che lì diventa muta contemplazione del mistero ancestrale del suono. Nel 2017 diventa, anche se solo per pochissimo tempo, in mezzo a ripicche, contestazioni, sotterfugi che nemmeno in un dramma shakespeariano, direttore principale ospite del Teatro Comunale di Bologna.

Due mesi di passioni, ma poi Bosso lascia (“troppo stress”), anche se Bologna gli è sempre rimasta nel cuore. E là in mezzo alle viuzze vicine alla chiesa di Santo Stefano, dalle parti in cui anche il maestro Abbado traeva concentrazione e pace, potevi incrociare il “maestro” piemontese a fare quattro chiacchiere con gli amici in enoteche ed osterie. Nel settembre 2019, infine, Bosso sceglie di non fare più concerti. Due dita non rispondono come devono ai comandi delle partiture. La macchina perfetta lascia la ribalta per diventare il ricordo di una timida e preziosa leggenda. Doti artistiche elevatissime Bosso, ma anche “una dolente umanità” che l’ha avvicinato al cuore di tutti. Lo ricordano gli Statuto su Facebook, in una foto in cui Bosso “mod” giovanissimo indossa Rayban e giacca d’ordinanza: “Oggi perdiamo un amico, un fratello, un pezzo di noi”.

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Ezio Bosso, l’arte e la bellezza l’hanno spinto oltre i limiti. Arrivederci, maestro!

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