A novant’anni (e oltre) ancora si esibiva, emozionando tutti con il do di petto la cui potenza non tradiva l’età nemmeno per un istante. Angelo Loforese, baritono e tenore, è morto a Milano: lo scorso 27 marzo aveva spento le cento candeline. Sarebbe dovuta essere una grande festa, ma era stata rimandata per via del lockdown . “So che tutti i miei cari col cuore sono qui – commentò placido in un’intervista a Repubblica – e sono felice”.

La passione per la musica nasce da bambino, ascoltando il grammofono del padre: a 18 anni inizia lo studio del canto, interrotto dalla guerra e poi ripreso con il tenore Primo Montanari : il debutto come baritono nel 1948, nel ruolo di Canio nei Pagliacci. Il primo ruolo da tenore, invece, fu nel Trovatore. Poi la carriera di internazionale: 80 opere in repertorio, eseguite sui palchi di mezzo mondo. Il suo segreto? La disciplina ferrea. “Studiare, studiare e studiare”, ripeteva sempre ai suoi allievi. Era conosciuto come il ‘tenore dal Do in tasca’ o, lui stesso si definiva, “il tenore con la valigia pronta sotto il letto”. Lo raccontava così spesso che lo scrittore Domenico Gullo intitolerà così il libro che gli avrebbe dedicato nel 2012, uscito per i tipi della Società editrice Dante Alighieri di Roma.

Dopo il ritiro dalle scene si è dedicato all’insegnamento, senza mai smettere davvero di cantare: nel marzo 2013 al Rosetum di Milano, all’età di 93 anni, aveva festeggiato i 60 anni dal debutto nella parte di Manrico del eseguendo, fra gli altri brani, la cabaletta della Pira in tono e con i due do di petto di tradizione. Dal 2016 viveva nella Casa di Riposo per musicisti Giuseppe Verdi di Milano: il suo nome è legato anche a un premio per giovani talenti.

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