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di Bianca Leonardi

Sono bastate 48 ore dal ritorno in Italia di Silvia Romano, la volontaria 25enne milanese rapita durante una missione umanitaria in Kenya nel novembre 2018, per dimenticarci del Coronavirus, o meglio per mettere in stand-by quel becero chiacchiericcio che dai bar si è spostato sui social.

“I contagi sono in diminuzione perché si fanno pochi tamponi”, “l’Italia nella top-five dei paesi più contagiati del mondo”, “test sierologici inutili perché tanto non rivelano se siamo malati o meno”, “la cura con il plasma è roba da esaltati”, “la gara al vaccino e ora i no-vax che fanno? “il pipistrello di Wuhan”, “ no, è un complotto, l’ha detto Montagnier”.

Fine, tutto tace. In queste poche ore tutti i virologi improvvisati hanno avuto miracolosamente trovato il tempo – forse la quarantena che ci rende propositivi – di diventare politologi esperti in relazioni internazionali.

E allora: “Silvia Romano è atterrata a Ciampino con il jilbab”, “non sarà stata tanto male durante la prigionia, guarda che guanciotte”, “è incinta”, “sai con i 4 milioni del suo riscatto quante casse integrazioni ci pagavano?”, “mancava solo il Papa ad accoglierla”, “sicuramente tornerà in Africa dal carceriere che si è sposata”, “è tutta una farsa”, “se faceva volontariato in Italia non le succedeva”.

E così via, come una filastrocca stonata o una partita di ping-pong alla massima velocità.

Se c’è una cosa sicura è che ormai l’informazione dilaga quasi esclusivamente attraverso i social portando con sé quella pericolosa libertà di poter essere chiunque, di poter mettere bocca su tutto, di poter dare tanta forma, ma poco contenuto, a quella ripetitiva messa in scena colma di rabbia, perbenismo e luoghi comuni.

Accumuliamo notizie che come boomerang afferriamo senza capire da dove arrivano, nemmeno il tempo di fermarci a pensare a cosa abbiamo tra le mani che siamo subito pronti a rilanciare, più forte, più lontano. I dibattiti, se così si possono chiamare, nell’era digitale in cui viviamo, sono ormai ridotti a una triste gara a chi scopre prima la verità, una verità che nemmeno cerchiamo ma blateriamo solo per il gusto di sentirci protagonisti. Ma protagonisti di cosa?

C’è sempre questa perversa e inspiegabile ricerca del marcio, quel marcio che troviamo anche senza reali dati di fatto, quel marcio che ci permettiamo di affermare con arroganza e supponenza anche se non siamo nessuno per poterlo dimostrare. Le parole, sempre dietro a uno schermo, dove anche le pecore diventano leoni, si sono trasformate in sentenze e i fatti sono ormai solo banalità da criticare senza pietà.

Non è il Coronavirus di ieri o di domani, non è Silvia Romano di oggi, non sono le bottiglie di plastica ai tempi di Greta Thunberg: sono solo e unicamente vere e proprie battaglie sterili che fomentano odio e cattiveria irragionevolmente e senza un valido motivo né personale, né tantomeno sociale.

“Nella nostra epoca il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati, mentre le nostre vite individuali sono frammentate in una successione di episodi mal collegati tra loro” per citare Zygmunt Bauman. È così che la nostra identità, la nostra credibilità, la nostra integrità si sgretolano tra episodi di vita che non ci appartengono, dove la distanza si azzera e il tempo si riduce e la nostra personalità può tranquillamente prendere tutte le pieghe che vuole, anche quelle più oscure che probabilmente teniamo gelosamente nascoste nella vita vera.

Domani succederà ancora qualcosa che ci permetterà di parlare di nuovo, quasi sempre a sproposito, alimentando così questa fame di onnipotenza alla quale non sappiamo resistere e allora via al coraggio da tastiera, via alle offese che sono all’ordine del giorno, via alla retorica spicciola.

La coerenza e l’educazione per molti è ancora un miraggio, ma come sceneggiatori di film che nessuno guarderà mai non siamo così male…

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