“Chi vorrà mai più sottoporsi al giogo della collettività, al giogo dell’orario?”
(L’Automobile, 1905)
“Si consacra il definitivo trionfo dell’automobile quale mezzo ad ogni altro superiore”
(Auto Italiana, 1932)
“Una politica del motore è in corso in Italia, la Fiat Mirafiori assicurerà all’Italia fascista una nuova definitiva conquista”
(Benito Mussolini e Agnelli, 1939)
“Il mio impegno è per la vittoria della strada sulla rotaia”
(Giuseppe Togni, 1951)
“Bisogna adattare le città alle auto, e non viceversa”
(Pompidou, 1967)
“Non mi sentirei così sicuro di passare ore a bordo di un treno, l’auto tornerà al centro dei nostri stili di vita”
(Crisi, presidente Volvo Italia, intervista al Sole 24 Ore, aprile 2020)
“Si riaccendono i motori del Paese, sarà un grande momento di riscoperta dell’auto”
(spot Fiat, maggio 2020)
“L’auto resterà ancora al bando delle istituzioni o le verrà riconosciuto un nuovo ruolo centrale nello sviluppo dell’economia e per la vita dei cittadini?”
(Carblogger, 2020)

Queste sono solo alcune delle infinite frasi pronunciate da governanti e commentatori antichi e moderni, sul ruolo delle auto. Come vedete, di progresso ce n’è poco, anche dal punto di vista retorico. Stessa immagine salvifica dell’auto, stesso revanchismo, stesso vittimismo e stessa volontà di dominio.

Fateci caso, ora le pubblicità non dipingono più l’auto come esploratrice di spazi incontaminati, ora l’auto è una “bolla protettiva”, una specie di mascherina gigante incollata tutt’attorno a noi, che consola le nostre paure e fomenta le paranoie di un mondo sempre più individualista. Io (e non solo io) credo che sia venuto il momento di evolversi.

Partiamo dai dati: di auto in Italia ce ne sono un’infinità, 645 auto ogni 1000 abitanti, se contiamo anche gli altri veicoli a motore, ci sono quasi tanti veicoli che abitanti. Due o tre auto a famiglia, in genere. Già prima del Covid usavamo l’auto per spostamenti anche molto brevi, al di sotto dei 5 km o dei 2 km. Ancora più auto, e sarebbe il degrado più totale, delle città, dell’aria che respiriamo, e seguirà un’impennata con conseguente aumento di incidenti stradali.

Aumenteranno le colate di cemento per creare sempre nuove strade, autostrade (com’è il Piano triennale annunciato da Stefano Bonaccini per l’Emilia Romagna), sempre più parcheggi. Sempre meno spazio per la gente e il suolo fertile (con tutta la sua biodiversità) subirà un altro duro colpo. Fino al prossimo virus, alla prossima ribellione della natura.

Il futuro sta nella mobilità attiva (bici e piedi), pubblica e condivisa (bus e auto elettriche)e a zero emissioni. E non è vero, come dice Carblogger che le auto elettriche siano solo dei giganteschi Suv (che neppure io sopporto). Ci sono anche auto elettriche usate a 6000 euro, con bassa autonomia (150 km) e hanno una batteria più piccola e poco impattante. Un buon servizio di informazione in questo senso è offerto dalla Comunità Solare.

La parola d’ordine insomma, è riduzione, riduzione dalla grandezza dell’auto, delle emissioni e della quantità di auto. Ma occorre sostegno da parte di chi governa, una precisa volontà politica (e sarebbe la prima volta da un secolo a questa parte). Come Famiglie senz’auto, insieme ad associazioni ambientaliste e per la mobilità sostenibile, abbiamo chiesto al governo Conte più spazio a bici e pedoni, corsie dedicate alle bici, sottraendo la spazio alle auto, corsie di emergenza e realizzate con semplici linee di vernice sulla carreggiata, così come avviene in tante altre città del mondo.

Incentivi alla mobilità attiva pedonale e ciclabile; per quanto riguarda i mezzi pubblici, chiediamo, come minimo, che sia concessa la possibilità di prenotare posti a sedere vicini nel caso in cui la prenotazione sia effettuata da nuclei familiari. Questo consentirebbe di ottimizzare la capienza dei mezzi senza in alcun modo venire meno alla sicurezza ed alla prevenzione del contagio, chiediamo più vagoni, più treni, per far fronte alla nuova mobiltà, e spazi per trasporto bici.

Infine, così come il Movimento per la Decrescita Felice chiede, proponiamo una conversione del settore automotive, affinché le fabbriche di auto producano gradualmente sempre meno auto, e convertano la loro produzione in mezzi pubblici elettrici e bici elettriche. In questo modo non si perderà occupazione e verrà meno il “ricatto del lavoro”.

I sindacati, negli anni 70 puntavano coraggiosamente ad una riconversione del settore, Bruno Trentin segretario Fiom, disse “Noi sappiamo che l’auto è in crisi e che bisogna riconvertire il settore, la Fiat dovrebbe puntare molto di più sul trasporto collettivo, sul materiale ferroviario, e noi siamo pronti a spostare la manodopera verso quei settori”.

Ora i sindacati cosa dicono? È sulla mobilità sostenibile pubblica e non sulla motorizzazione privata che deve basarsi l’investimento e la ripresa economica.

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