Lo hanno ribattezzato l’altro virus, perché come il Covid-19 si diffonde in maniera letale contagiando un tessuto sano. Ed è sfruttando l’epidemia del coronavirus che l’altro virus, cioè le mafie, puntano a infiltrarsi nel tessuno economico pulito del Paese. Se la Fase 1 per i clan è coincisa con il caos legato alle decine di scarcerazioni di boss detenuti, la Fase 2 è l’intero sistema Paese su cui Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra puntano a mettere le mani. Un allarme rilanciato più volte da autorevoli investigatori e magistrati e che adesso viene tratteggiato nel dettaglio nel rapporto dell’Organismo di Monitoraggio delle infiltrazioni criminali sull’emergenza Covid. Si tratta dell’organismo voluto dal capo della Polizia Franco Gabrielli, e presieduto dal vice capo Vittorio Rizzi, per monitorare le attività criminali durante il lockdown, ma anche nel periodo successivo.

Il dossier: “Clan puntano ristoranti e hotel” – A leggere il dossier i clan si muoveranno in modo parallelo su due linee direttrici: da una parte puntano a inserirsi negli appalti della crisi sanitaria, come quelli per la dispositivi di protezione e lo smaltimento di rifiuti speciali provenienti dagli ospedali, come ha raccontato al fattoquotidiano.it il procuratore aggiunto – e capo dell’Antimafia – di Milano Alessandra Dolci. Contemporaneamente i clan vogliono iniettare liquidità nelle casse dei piccoli e medi imprenditori messi in ginocchio dalla crisi. Un meccanismo che è destinato a diventare perverso se lo Stato non correrà ai ripari. Per Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra “le difficoltà economiche del settore turismo e ristorazione rappresentano i momenti maggiormente privilegiati per reinvestire danaro. La preoccupazione maggiore è il ricorso al credito parallelo e la possibilità di entrare nella disponibilità delle attività economiche senza figurare”, si legge nel dossier dell’Osservatorio.

“Usura espone settore a riciclaggio” – Per il report “deriverà una mancanza di liquidità che espone il settore all’usura” con rischio di “impossessamento” delle attività per riciclaggio. Tra le attività economiche più esposte in questo settore si segnalano: alberghi, ristoranti, bar, bed & breakfast e case vacanze. In Sicilia, in particolare, “non va trascurata la crisi di liquidità cui andranno incontro molte piccole e medie imprese, che potrebbero trovarsi costrette, nel caso in cui lo Stato non dovesse intervenire con prestiti garantiti, a rivolgersi a Cosa Nostra. Ciò potrebbe, da un lato portare al tracollo delle imprese sottoposte a prestiti usurari, dall’altro allo spossessamento vero e proprio della società. Un’operazione, quest’ultima, che vedrà il coinvolgimento anche di colletti bianchi collusi con la mafia e che potrebbe essere rivolta innanzitutto ai settori turistici, alberghieri e della ristorazione, da sempre ottimi canali per il riciclaggio di denaro”.

Le proposte per evitare il contagio dei clan – Solo pochi giorni fa alcune piccole e medie imprese siciliane hanno scritto alla commissione Antimafia per sottolineare come i ritardi nei pagamenti della cassa integrazione da parte dello Stato rischiano di “consegnare ai clan la gestione del bisogno. Per evitare strozzinaggio e infiltrazioni, il governo sta pensando ad istituire uno specifico fondo per questi settori. L’ipotesi sui tavoli del Ministero dell’Economia prevede l’istituzione di un fondo “da cui i titolari d’impresa alberghiera possano ottenere rapidamente liquidità a fronte della cessione della proprietà parziale, pro tempore e a valori catastali, con la previsione di poter procedere al rimborso del finanziamento ottenuto in un arco temporale agevolato”.

Mascherine e rifiuti sanitari – L’altro core business di clan e ‘ndrine potrebbero essere i dispositivi sanitari e di protezione, per i quali ora si pone un problema di smaltimento di rifiuti speciali, dove sono prevedibili “importanti investimenti” della criminalità nelle società operanti nel ‘ciclo della sanità’, dalla produzione di mascherine e respiratori alla sanificazione ambientale. Secondo quanto si legge nel documento, “l’emergenza sanitaria potrebbe offrire l’occasione per ottenere appalti legati sia alla distribuzione dei dpi che allo smaltimento dei rifiuti speciali ospedalieri“.

“Rischi anche da tifoserie ed estremisti” – Secondo il report, però, per l’ordine pubblico le insidie non arrivano solo dalle associazioni mafiose. Anche estremisti politici e ultrà, cavalcano disagio e insofferenza per le limitazioni imposte dalle misure anti-Covid: “Evidenze investigative attestano lo studio, da parte di alcune tifoserie, di iniziative di contestazione, anche di piazza, nel caso di prosieguo del blocco dei campionati”. Anche per questo rischio – si esorta nel documento – “le risorse impiegate devono essere se possibile rafforzate: il tempo che passa aumenta le possibilità che questo tipo di propaganda e proselitismo in qualche modo abbia un seguito”.

“Solo 10 mafiosi da scarcerare. Gli altri riprendono contatti con esterno” – Sullo sfondo ci sono le scarcerazioni. Nel documento, datato 23 aprile, si legge che “tra i detenuti per reati mafiosi che sono stati segnalati all’Autorità Giudiziaria come rientranti nei casi a rischio complicanze in caso di infezione da Covid-19 per beneficiare di misure alternative alla custodia in carcere, si segnalano dieci soggetti”. La lista di detenuti al 41bis o in regime di Alta sicurezza inviata dal Dap alla commissione Antimafia, però, elenca più di 370 nomi che hanno ottenuto i domiciliari durante l’emergenza. Un problema visto che il report osserva inoltre come “un eventuale ampliamento della platea dei soggetti che beneficino delle stesse se da un lato, decongestionerebbe gli istituti, dall’altro, consentirebbe a molti detenuti di ristabilire contatti con l’esterno“.

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