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di Andrea Giannotti

Giuseppe Prezzolini, a proposito delle battaglie di Caporetto e di Vittorio Veneto, descrisse paradossalmente la prima come una vittoria e la seconda come una sconfitta, “perché ci si fa grandi resistendo a una sventura ed espiando le proprie colpe, e si diventa invece piccoli gonfiandosi con le menzogne e facendo risorgere i cattivi istinti per il fatto di vincere”.

Ebbene, se dovessimo applicare in maniera azzardata un simile paradosso all’attuale emergenza Covid-19, potremmo affermare che la Fase 1, quella che ci ha costretti a retrocedere e a ripararci nelle nostre case, sia stata una vittoria, mentre la Fase 2, che ci dovrebbe vedere cauti e determinati nella ripartenza e nella riconquista del terreno perduto, sia (o rischi di diventare) una sconfitta.

I risultati parlano chiaro: nonostante l’alto numero di contagi e decessi (che, alla fine di tutto, potrebbe non raggiungere il triste podio europeo), la ripresa è costante; il popolo italiano si è sorprendentemente dimostrato più disciplinato di molti altri (si pensi solo all’indisciplina americana); gli ospedali hanno eroicamente retto l’urto.

Abbiamo resistito alle nostre sventure e il lockdown è stato tutto sommato ben gestito e ben rispettato. “Tutto sommato” perché l’infallibilità, come diceva Indro Montanelli, “è propria di Dio e degli imbecilli”. Credevamo davvero di vivere un paese dall’economia talmente solida da poter garantire tutto il necessario a tutti i settori? Sacrilega ingenuità. Non eravamo un paese ricco ieri, non lo siamo tantomeno oggi. Ma la politica faccia qualcosa per far sì che non si possa dire lo stesso di domani!

Guai a pensare di aver vinto la battaglia e che sia già il momento di lasciarci liberi (i Navigli di Milano siano da monito): cosa accadrebbe in Italia con un tasso di mortalità come quello del “modello svedese”? Senza direttive precise e misure assistenziali torneremo ai “cattivi istinti”.

Il fatto è che i partiti sembrano i personaggi di una pittoresca commedia di Aristofane, ma senza suscitare alcun riso. Il caos è sempre lo stesso. Matteo Salvini dispensa elenchi in tv e prosegue la sua politica della denuncia a suon di post e tweet; Giorgia Meloni ha abbandonato la crociata cristiana e si astiene al voto sulla via libera alle Messe; Matteo Renzi ricatta il governo un giorno sì e un giorno sì; Nicola Zingaretti prova (invano) a risvegliarsi dall’ibernazione ma non riesce a sostenere vigorosamente il Presidente del Consiglio; il M5S tenta di districarsi dalla questione Di Matteo-Bonafede (in cui il primo è strumentalmente difeso dall’opposizione) e fa muro a Iv e Pd sulla regolarizzazione degli immigrati; Calenda cerca di farsi sentire dal basso del suo (immeritato) 2%.

Ognuno agisce nel tentativo ribaltare o mantenere gli ultimi curiosi sondaggi politici. A tutto ciò, si aggiungano gli scontri Governo-Regioni e Regioni-Comuni e la lentezza della macchina politica, con un dl imprese con più di 3.000 emendamenti. La democrazia vuole la sacrosanta discussione, certo. Speriamo che le imprese non muoiano di attesa della democrazia. Insomma, tanti decibel pronti a entrare già nella propaganda della Fase 2 senza pensare che, economicamente, siamo ancora all’inizio della Fase 1 e, moralmente, da buon “popolo di contemporanei”, molti si sentono già nella Fase no virus.

Così ci ritroviamo nei panni dell’allora Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando che, per esortare il Generale Armando Diaz e l’esercito a muoversi, scrisse: “Tra l’inazione e la sconfitta, preferisco la sconfitta”. Va da sé che oggi noi non preferiamo la sconfitta tramite un “liberi tutti” sregolato e incondizionato, ma linee guida chiare, un segno di serio shock socio-economico (magari con l’aiuto della pachidermica Ue) che rimetta in moto il paese senza lasciare nessuno indietro e la costruzione di un nuovo, stabile ed inclusivo modello economico nazionale all’insegna di sanità e industria pubbliche, green economy, sburocratizzazione, cultura e uguaglianza sociale, ecco questo sì.

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