Mai finirò di sorprendermi alla vista della bellicosità verbale professata da inoffensivi uomini di lettere. La palese predilezione per scenari ipotetici, a misura di aspirazioni all’eroico e all’inimitabile; rispetto alla disincantata presa d’atto della realtà, con il suo bagaglio, spesso banale e deludente, di poste in gioco e rapporti di forza concreti. La deleteria gara a “fare il fenomeno”. Nell’assoluto disinteresse degli effetti presumibili, delle messe a repentaglio, dei vantaggi inintenzionali prodotti.

Emblematico quanto sta accadendo in questi tempi di pandemia, in cui l’azione di governo ha bloccato quanto – ancora pochi mesi fa – sembrava l’irresistibile ascesa del becerume destrorso; cavalcato dall’opportunismo di Matteo Salvini & Co. Opera premiata dal crescente consenso manifestato dalla pubblica opinione. Un risultato raggiunto semplicemente esercitando la saggezza del buon senso, che smaschera il bullismo inconsistente dell’opposizione. La quale opposizione ha cercato di recuperare le posizioni perdute attraverso la sistematica denigrazione dell’azione di governo e – in particolare – della figura del premier. Operazione per nulla patriottica, specie in una fase di straordinaria emergenza, eppure comprensibile. Se non altro data la palese miserabilità di chi la pratica.

Ma è a questo punto che si scatena il fuoco amico, in tutta la sua imprevista incoscienza. E non ci si riferisce ai grotteschi balletti di un Matteo Renzi antigovernativo stando al governo, da bravo bluffatore seriale, o ai conglomerati della stampa moderata, pronti ad assecondare le attese di cambi governativi in corsa, coltivati dei loro “impurissimi” editori.

Ben più insidioso – perché imprevisto – si è rivelato nel corso di aprile l’attacco da posizioni di rigore progressista; impegnato nella delegittimazione di Palazzo Chigi che – come già successe in passato – accredita gli attacchi della Destra. Non la messa nel mirino dei ritardi e delle inefficienze di chi si trova ad affrontare l’impensato e procede apprendendo per sperimentazione; bensì la denuncia di catastrofi apocalittiche: il critico d’arte Tomaso Montanari prefigurando svolte autoritarie patriarcali, il filosofo del diritto Mauro Barberis avvertendo calpestii della stessa Costituzione, operazione di rara insensatezza, subito contrastata da Gustavo Zagrebelsky spiegando che questo presunto colpo di Stato non è mai avvenuto.

Cui ha fatto seguito il primo maggio il manifesto “basta con gli assalti al governo” (testo definibile “governativo a prescindere”) firmato da varia compagnia, tra cui si faceva notare l’adesione di Anna Falcone. Ossia la compagna nel 2017 dell’improvvida avventura di Montanari, quale costituente di una sinistra dura e pura di stampo libresco. Inabissata nell’appuntamento mancato al Brancaccio l’8 novembre 2017.

Ora Montanari torna a insistere pervicacemente parlando di “governo della peste”, insieme a una nuova partner femminile – la costituzionalista Alessandra Algostino – sostituta della precedente – Falcone – che aveva abbandonato il Nostro per paracadutarsi senza fortuna nelle liste elettorali di LeU. Un’uscita che offre (involontaria?) sponda ai vari killer destrorsi confermandone le tesi deliranti: Giuseppe Conte autoritario in quanto abusa di DPCM, il governo alimenta l’arbitrio nelle forze di polizia, la Costituzione non è più la bussola dell’odierna politica e così via. Il tutto spiegato con il fatto che si è smarrito il vaglio del pensiero critico. Anche se non è chiaro a cosa si riferisca tale appello al criticismo. Foucaultianamente al rapporto Verità-Potere (“il Potere nei suoi discorsi di Verità, la Verità nelle sue pratiche di Potere”) oppure si tratta semplicemente di una “sindrome da angelo vendicatore”, che con la spada di fuoco scaccia i reprobi?

Intanto siamo entrati nella fantasmatica Fase 2, mentre i soldi promessi agli italiani si stanno perdendo nelle sabbie mobili del combinato burocrazie/banche e le app latitano. Situazione questa sì, che andrebbe costruttivamente criticata. Sempre che si coltivasse un minimo di cultura dell’organizzazione. Non il narcisismo della vanità. Alla stregua dell’Al Pacino-Satana – nel film L’avvocato del diavolo – mentre diceva: “La vanità è il mio peccato preferito”.

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