Quando Nino Di Matteo dice ad Alfonso Bonafede di non tenerlo presente per alcun incarico, dopo che ha praticamente ritirato la proposta di andare a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, il guardasigilli ribatte e insiste: per il posto agli Affari penali del ministero “non c’è dissenso o mancato gradimento che tenga”. “Una frase che, se riferita al Dap, ovviamente mi ha fatto pensare“, dice oggi il magistrato in un’intervista a Repubblica. E quindi c’è stato un dissenso o un mancato gradimento che ha convinto Bonafede a non nominare Di Matteo al vertice dell’Amministrazione penitenziaria? Una domanda che, dopo l’intervista dell’ex pm di Palermo, rimane più sospesa che mai.

Orlando difende Bonafede – Lo scontro che ha infiammato il mondo della politica giudiziaria, dunque, vive un’altra nuova puntata. Il ministro incassa di nuovo la difesa del suo predecessore, e oggi vicesegretario del Pd, Andrea Orlando: “Che quando si fa una nomina di un capo dipartimento importante come il Dap ci siamo pressioni fa parte del gioco democratico e quindi non ci vedo niente di strano che ci sia una dialettica tra posizioni diverse, è abbastanza fisiologico. Escluderei che Bonafede si sia messo a discutere con i boss mafiosi su chi era il capo del dipartimento che preferivano. La cosa che mi sembra più strana è che Di Matteo attenda diversi anni per accorgersi di questa incongruenza. Sicuramente, oltre che nelle interviste, dovrà trovare il modo di chiarire le sue valutazioni anche in sedi istituzionali, è un’esigenza che vale anche per lui essendo impegnato in una delicata funzione istituzionale”, dice l’ex ministro della Giustizia a Omnibus su La7.

L’Anm “richiama” Di Matteo – Nel pomeriggio, l’Associazione nazionale magistrati ha diffuso una nota in cui non cita il ministro e nemmeno il magistrato, ma fa un riferimento alla questione richiamando, di fatto, Di Matteo: “Per i magistrati, ferma la libertà di manifestazione del pensiero, è sempre doveroso esprimersi con equilibrio e misura, valutando con rigore l’opportunità di interventi pubblici e le sedi ove svolgerli nonché tenendo conto delle ricadute che le loro dichiarazioni, anche per la forma in cui sono rese, possono avere nel dibattito pubblico e nei rapporti tra le Istituzioni. Ciò è richiesto, ancor di più a coloro che fanno parte di organi di garanzia costituzionale”.

Ardita: “Di Matteo ha raccontato dei fatti” – “Di Matteo non ha mai fatto dipendere la mancata nomina da pressioni che provenissero da ambienti mafiosi, da condizionamenti di qualunque altro genere. Ha solo raccontato dei fatti”, ha detto invece il consigliere del Csm Sebastiano Ardita su Rainews24.

Di Matteo: “Così Bonafede mi fece quella doppia proposta” – Ma cosa è successo nel dettaglio nel giugno del 2018? Di Matteo ha ripercorso il suo racconto a Repubblica. “Era lunedì, il 18 giugno. Ero a Palermo, a casa, il giorno dopo sarei tornato a Roma, nel mio ufficio alla procura nazionale antimafia. Squillò il telefono una prima volta, con un chiamante sconosciuto. Non risposi. Suonò di nuovo. Era Bonafede. Con lui non avevo mai scambiato una parola. C’era stato solo un incontro alla Camera nel corso di un convegno sulla giustizia e poi un altro alla convention di M5S a Ivrea. La telefonata durò 10 o 15 minuti”, è la sequenza dei fatti del magistrato. Il ministro, continua Di Matteo, “mi pose l’alternativa, andare a dirigere il Dap oppure prendere il posto di capo degli Affari penali. Aggiunse che dovevo decidere subito perché mercoledì ci sarebbe stato l’ultimo plenum utile del Csm per presentare la richiesta di fuori ruolo. Richiesta che era urgente per il Dap, ma non lo era per la direzione degli Affari penali”.

“Stop da alleati o da altri sul mio nome? Io non posso saperlo” – Il martedì, a Roma, al ministero della Giustizia “mi sedetti davanti a Bonafede e gli dissi che accettavo il posto di capo del Dap. Lui però, a quel punto, replicò che aveva già scelto Basentini, mi chiese se lo conoscessi e lo apprezzassi. Risposi di no, che non lo avevo mai incontrato”. E ancora: “Bonafede insistette sugli Affari penali, parlò di moral suasion con la collega Donati perché accettasse un trasferimento. Non dissi subito no, ma manifestai perplessità. Siamo a giugno, disse Bonafede, lei mi manda il curriculum, a settembre sblocchiamo la situazione“. Il giorno dopo tornò in via Arenula: “Il nostro ultimo scambio di battute. Io gli dico di non tenermi più presente per alcun incarico, lui ribatte che per gli Affari penali non c’è dissenso o mancato gradimento che tenga. Una frase che, se riferita al Dap, ovviamente mi ha fatto pensare”. Il magistrato sintetizza: “Prima una proposta, poi un’altra. Da allora mi sono sempre chiesto cos’era accaduto nel frattempo. Se, e da dove, fosse giunta un’indicazione negativa, magari uno stop degli alleati o da altri, questo io non posso saperlo”. Perché il magistrato non ha parlato fino a oggi di questi fatti? “Per alto senso istituzionale non potevo dire perché non avete nominato me anche se c’ era chi, accanto a me, faceva le ipotesi più fantasiose, ma io non ho mai voluto dire niente. Se avessi parlato sarebbe apparso fuori luogo, come un’ indebita interferenza”. E allora perché ha raccontato adesso questa vicenda? “Dopo le dimissioni di Basentini – spiega – proprio come due anni fa, alcuni giornali hanno di nuovo scritto che mi avrebbero fatto capo del Dap. Quando Roberto Tartaglia è diventato vice direttore eccoli scrivere “arriva il piccolo Di Matteo. Poi domenica sera, quando ho sentito fare il mio nome inserendolo in una presunta trattativa – e sia chiaro che lo rifarei negli stessi termini – ho sentito l’ irrefrenabile bisogno di raccontare i fatti, al di là delle strumentalizzazioni”.

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