di Ilaria Borletti Buitoni*

Certamente le priorità in questi drammatici mesi sono state quella legata all’emergenza sanitaria e, immediatamente dopo, la necessità di ridare ossigeno alle nostre aziende e quindi al lavoro. C’è un settore però, del quale si è parlato meno, che è stato colpito pesantemente dalla crisi, ed è quello della cultura: improvvisamente decine di concerti, festival e spettacoli sono stati cancellati, intere produzioni azzerate, teatri lirici in ginocchio, orchestre ferme.

I lavoratori di questo mondo sono legati al fatto che si “alzi il sipario” per poter vivere: una lunghissima filiera che è fatta di musicisti, attori, coristi, ballerini ma anche registi, scenografi, tecnici del suono e delle luci, costumisti, solo per citarne alcuni. Migliaia di persone che improvvisamente si sono trovate a non avere alcun reddito e, soprattutto, a non sapere quando potranno riprendere la loro attività.

Un piccolo aiuto è previsto per coloro che riusciranno a percepire i 600 euro destinati ai lavoratori intermittenti dello spettacolo ma si tratta, ahimè, di una goccia in un mare di figure professionali che non sono mai state inquadrate in modo specifico e corretto.

Quanto al futuro, le restrizioni imposte dalla distanza sociale necessaria renderanno quasi impossibile riaprire sale da concerti o teatri se non affrontando perdite insostenibili: di fronte alla necessità di ridurre la capienza di una sala di oltre la metà e di approntare tutta una serie di misure atte a garantire la salute degli spettatori, che ne sarà dei bilanci già problematici dei teatri, delle società di concerti, dei festival che tanto contribuiscono a quel turismo diffuso sul territorio che oggi rappresenta la vera e forse unica alternativa ai grandi numeri del passato?

Le entrate di una qualsiasi di quelle istituzioni, nelle situazioni più felici e al massimo per meno della metà, derivano dalla biglietteria: questa cifra sarebbe dimezzata e i costi aumenterebbero. Sponsor privati? Ci aspetta una recessione gravissima e necessariamente il settore della raccolta fondi ne soffrirà enormemente, così come le Fondazioni bancarie, grandi motori culturali, avranno bilanci meno floridi.

Che fare? Prima di tutto, oggi, bisogna garantire la sopravvivenza dei lavoratori rimasti senza reddito e immediatamente dopo, partendo dal presupposto che l’accesso alla cultura deve essere possibile in tutto il Paese, rivedere i criteri di assegnazione dei fondi che sono determinati da improbabili algoritmi legati alla quantità degli spettacoli e non alla qualità dell’offerta culturale.

Un sostegno eccezionale all’attività delle istituzioni che operano nello spettacolo dal vivo almeno per tutto il 2020 e per buona parte del 2021 dovrebbe arrivare proprio per la gestione ordinaria e non legandolo a progetti speciali. Esiste poi l’opportunità di fondi europei legata ai programmi culturali 2021/2026, il cui accesso è però subordinato alla capacità delle Regioni di partecipare ai bandi in modo corretto. Fornire un supporto in questo ambito agli uffici competenti eviterebbe, come è avvenuto in passato in modo veramente clamoroso, di perdere opportunità importanti.

Le società di concerti e i teatri dovranno programmare in modo più coordinato favorendo le circuitazioni dei progetti nel Paese e le coproduzioni, e privilegiando nei propri cartelloni artisti e musicisti italiani.

Concordo con il ministro Dario Franceschini sulla grande opportunità offerta dal mondo digitale per promuovere sia la musica che il teatro: ma non basta. Lo spettacolo dal vivo è una meravigliosa festa a tre, autore, esecutore, pubblico, e senza quell’interazione continua e vitale si rischia di perdere per sempre una espressione della creatività che da secoli rappresenta un pilastro della nostra cultura.

*Presidente della Società del Quartetto di Milano

Memoriale Coronavirus

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