Conosco e stimo molte delle donne che hanno dato vita, e partecipato, al flashmob virtuale con l’hastag #datecivoce per rendere visibile l’assoluta e ingiusta invisibilità, femminile (quindi una svalorizzazione sessista lampante), nei luoghi dove si prendono decisioni in Italia in questa fase di emergenza.

Non è un tema nuovo: non da ora, purtroppo, e senza rinvangare l’intera storia del mondo, almeno tre generazioni di attiviste femministe dal dopoguerra hanno alzato la voce nello spazio pubblico per dire che l’iniquità della rappresentanza dei due generi nei luoghi della presa di decisione non solo è, appunto, iniqua e ingiusta, ma anche pericolosa, perché sottrae competenze e saperi che possono, se presenti e visibili, cambiare nettamente il corso della realtà e la vita delle persone.

Eppure si stenta. Si stenta a far passare concetti semplici, come quello della imprescindibile necessità, costituzionale per giunta, di praticare giustizia e uguaglianza tra uomini e donne, rendendo palese quanto scritto nella suprema dichiarazione dei diritti e dei doveri nata dopo il fascismo. Si stenta anche quando si vuole far bene.

Nella emozionante trasmissione tv del concerto dello scorso primo maggio il tema dell’assenza delle donne nel comitato degli esperti è dovuto passare attraverso lo stucchevole e (apparentemente) leggero discorso sulla ricrescita dei capelli nelle chiome femminili.

Vanitose e bugiarde, le donne: dicono che non hanno i capelli bianchi, che non si tingono e poi la pandemia le smaschera. Ma non c’è pace nemmeno per quelle che non si curano del trucco e parrucco: alla collega Giovanna Botteri è stato rimproverato, fino agli insulti, di andare in tv con il capello nature, con una mise casual e senza rossetto.

Su twitter, in solidarietà con Botteri, è spuntato questo cartello: “Chissà se un uomo, trasformato in donna per 48 re, riuscirebbe a sopravvivere”. Già. Ancora e ancora la discussione parte, e resta, dall’aspetto fisico, a prescindere da ciò che una donna, e le donne in generale, hanno da dire e dal loro valore.

Nella diretta del primo maggio sullo schermo ci sono Michela Marzano e Carla Signoris, l’una docente e filosofa, l’altra attrice comica impegnata, interpellate sulla assenza di esperte e sul carattere monosessuato della cabina di comando. Ma, come detto, molto del discorso verte sulla ricrescita. Per discutere di razzismo, giusto un esempio, la scelta sarebbe stata analoga? Tipo Massimo Cacciari e Maurizio Crozza?

Senza nulla togliere alla forza dirompente della comicità mi chiedo cosa stia dietro quella scelta: ho ripercorso le raccomandazioni che nei decenni mi sono state rivolte quando ho preparato trasmissioni radio, tv o inchieste e articoli che toccassero il tema della rappresentanza, del potere e del pervicace gender gap. Costantemente il messaggio è stato, con sfumature diverse, uno solo: occhio a non essere rivendicativa, aggressiva, massimalista, imperativa. Aggiungi leggerezza, colore, femminilità.

Attenzione: mi è stato chiesto non solo in luoghi maistream, come per esempio la Rai, ma anche in giornali e media di sinistra. Nel sottotraccia di questa consuetudine ci sono molte delle barriere patriarcali che abbiamo imparato a riconoscere con molta fatica, dopo un lungo lavoro di scavo e ricerca dentro noi stesse, proprio perché interiorizzate e diventate carne e pensiero anche, e soprattutto, nostro: tuo fratello non deve sparecchiare, tu sì perché sei femmina; se lui esce con diverse ragazze è figo, tu sei una poco di buono; lui non viene criticato per i suoi vestiti, tu sì; a lui non viene ripetuto che deve fare attenzione perché “le donne pensano solo al sesso”; a lui non hanno mai detto che per sposarsi deve essere vergine fino al matrimonio, a te sì; a lui non viene detto che “L’uomo deve valorizzarsi’”o “Fatti rispettare”.

Il suo sesso ottiene rispetto da sé, ma il tuo no. Se un uomo è promosso ad un livello più alto nessuno sparlerebbe dicendo che probabilmente è andato a letto con il capo, le persone riconoscerebbero il suo merito, ma se sei donna devi mettere l’ombra sulla tua sessualità nel conto. Se lui viaggia per lavoro e lascia i figli o figlie con la madre nessuno gli darebbe dell’irresponsabile, se sei donna devi aspettarti molte alzate di sopracciglia; quando lui dice “No” nessuno pensa che in fondo sia “Sì”. No è no, ma non se sei una donna.

Si potrebbero fare decine di altri esempi, tutti quanti legati al fatto che appartenere al sesso femminile prevede culturalmente che si debba chiedere una sorta di permesso e di autorizzazione a fare o dire le stesse cose che sono invece naturalmente e culturalmente permesse agli uomini.

Con i suoi 96 anni di esperienza umana e politica la decana del femminismo italiano Lidia Menapace racconta nel documentario Ci dichiariamo nipoti politici che i suoi stessi compagni della Resistenza, al momento di sanare la ferita del suffragio negato per le donne, affermavano che “glielo avrebbero dato”, il voto alle donne: questa risposta, fa notare la Menapace, presuppone che gli uomini abbiano qualcosa da elargire, come generoso regalo, alle donne.

#datecivoce mi pare inciampi sulla lunghezza d’onda di questo paradigma patriarcale tutto da smantellare, ed è un peccato: le donne la voce ce l’hanno, sono autorevoli, colte, preparate e competenti spesso più di molti uomini che ci hanno governato. Sono le orecchie degli uomini al potere ad essere sigillate sulla loro frequenza.

Sono gli uomini al potere che devono fare un passo a lato, e qualche volta anche indietro, per lasciare il governo alle donne, non perché donne e basta, ma perché in milioni stanno dimostrando, senza clamore, nella vita quotidiana, sociale e professionale di essere indispensabili, in molti paesi del mondo anche più competenti ed efficaci degli uomini nella gestione della pandemia nella cabina di comando.

La politica maschile in Italia deve aprire occhi e orecchie, subito, e vedere quanto, nel dopo quarantena, l’esperienza e la visione delle donne sia fondativa per costruire una società giusta, equa, solidale e empatica.

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