Sabrina ha aperto la partita Iva solo qualche mese fa. Non può quindi provare il calo del fatturato rispetto all’anno prima, quando era ancora dipendente. Così non ha diritto allo slittamento della rata del mutuo prima casa. E non può accedere ai 600 euro per gli autonomi e nemmeno al prestito da 25mila euro con garanzia statale. Non è andata meglio ad Antonio. Di mestiere fa il camionista. Visto che le aziende tardano a saldare le sue fatture, ha bisogno come il pane dell’indennità di 600 euro: deve pagarci il carburante. I soldi promessi dal governo sono arrivati puntuali sul conto, ma la banca glieli ha pignorati a saldo dello scoperto. Così è rimasto a secco come Alba, intermittente dello spettacolo: al Caf le hanno detto che il numero di giorni lavorati è troppo basso. Poi c’è Gennaro che non è riuscito ad avere l’anticipo di cassa integrazione: è segnalato come cattivo pagatore perché ha saltato tre rate di un prestito e così la banca gli ha respinto la domanda. Mario invece sconta i ritardi degli accordi tra Regione e sindacati per la cassa in deroga, mentre Franco spera nel prestito da 25mila euro garantito dallo Stato, ma la banca sta ponendo mille paletti e ha chiesto una copiosa documentazione.

Sono solo alcune storie di persone che non riescono a beneficiare dei provvedimenti del governo per fronteggiare gli effetti economici del coronavirus. Qualcuno sconta un buco normativo, altri pagano lo scotto di una burocrazia paralizzante e di una farraginosa procedura di accesso al credito. In comune hanno il fatto di non riuscire a a sbarcare il lunario. Come tanti altri italiani alle prese con mille difficoltà di cui quelle appena raccontate rappresentano solo un piccolo spaccato, non esaustivo. Per non parlare poi di quelli che neanche appaiono nelle statistiche perché non hanno nulla o lavorano in nero.

“Interventi molto parcellizzati: così alcuni restano fuori” – Secondo l’Ordine dei Commercialisti sarebbe stato meglio identificare una sola procedura per tutti simile a quella degli 80 euro e fare poi i conti in dichiarazione dei redditi a fine anno “sottraendo” il denaro a chi ha avuto troppo. Ma l’esecutivo si è orientato diversamente. “Sin dall’inizio la preoccupazione del governo è stata quella di assicurare una copertura economica a tutti – spiega Tania Sacchetti, segretaria confederale della Cgil -. E’ stata fatta una scelta di interventi ad hoc, ma l’estrema parcellizzazione ha determinato un elevato rischio di escludere alcune persone bisognose di aiuto. A questo si affiancano i problemi delle procedure che non sono né facili né intuitive. Con il rischio che a pagare il prezzo più alto per la crisi economica post-emergenza sanitaria siano le fasce più deboli della popolazione”. Prima ancora delle singole storie, ci sono infatti intere categorie che sono rimaste fuori dai provvedimenti del governo e che dovrebbero rientrare nell’atteso decreto di aprile.

Senza coperture colf, badanti, assistenti familiari, stagionali – “Ci sono interi gruppi di lavoratori esclusi che non hanno accesso a servizi sociali né ad indennità. In molti casi, come per le colf, i contratti sono sospesi anche perché le famiglie si sono riorganizzate. Per non parlare di tutti i lavoratori in nero. Stiamo parlando di centinaia e centinaia di persone”, continua Sacchetti, ricordando come in questa fattispecie rientri anche il caso dei rider e degli stagionali che non appartengono alle attività di turismo e agricoltura. “Abbiamo poi anche segnalazioni di buchi normativi per alcuni codici Ateco non riconosciuti” aggiunge la sindacalista. Secondo i dati di uno studio congiunto Inps-Bankitalia del 27 aprile, fra gli stagionali del turismo solo il 38% è riuscito ad ottenere il bonus da 600 euro. Complice probabilmente anche la confusione sui codici.

Chi aveva rapporti di lavoro diversi resta nel limbo – Fra gli autonomi è caos per via delle diverse procedure adottate dalle casse di riferimento. Come segnala la Cgil, agli iscritti vengono date indicazioni diverse per l’accesso alle indennità. Inoltre ci sono situazioni complesse che vedono la compresenza di rapporti di lavoro diversi come contratti di lavoro dipendente, co.co.co e partite Iva. Se non c’è l’esclusività del rapporto di lavoro ogni pratica è una storia a sé e procede al rallentatore. Con la conseguenza che i tempi si allungano, mentre aumenta la necessità di avere denaro in tasca.

Per il prestito “automatico” tanta burocrazia – Secondo quanto riferisce Gianmario Bertollo, fondatore di Legge3.it che offre consulenza nei casi di sovrindebitamento, un piccolo imprenditore si è visto chiedere dalla banca un’enorme mole di documentazione per l’istruttoria: gli ultimi due modelli Unico (2018 e 2019), la situazione patrimoniale al 31/12/2019, l’allegato 4bis, il durc in corso di validità e DM 10 Inps (per i dipendenti), il dettaglio di finanziamenti e fidi con altre banche, il prospetto di ricavi e esborsi fino alla fine del 2020. Persino più carte di quanto non accada normalmente. Sui prestiti a garanzia pubblica l’Ordine dei commercialisti evidenzia due criticità: la prima è che, in caso di revoca totale o parziale, il debitore dovrà restituire da due a quattro volte l’importo con la sanzione pecuniaria per falsa dichiarazione; la seconda è che la norma richiede di identificare se il debitore ha ricevuto altri aiuti di Stato senza però specificarne la tipologia. Infine c’è anche la possibilità che la banca, prima di concedere il prestito, chieda di estinguere un finanziamento già in essere. “Purtroppo non solo ci sono diverse persone che vedono respinta la richiesta del finanziamento perché segnalati come cattivi pagatori alla centrale rischi del Crif, ma anche situazioni in cui gli istituti di credito pretendono la copertura del prestito già in essere prima di rilasciare un nuovo fido”, spiega il presidente dell’Associazione a difesa degli utenti dei servizi bancari e finanziari (Adusbef), Antonio Tanza, che anticipa come le associazioni dei consumatori presenteranno un documento con tutte le criticità nella riunione della Commissione banche del 30 aprile su richiesta del sottosegretario Alessia Morani.

I precari senza tutele o quasi – Per i lavoratori con contratti a tempo determinato e somministrazione in scadenza, nulla è scontato. “Se è vero infatti che finora il governo ha previsto il blocco dei licenziamenti per motivo giustificato, non ha indicato nulla per i contratti a tempo determinato in scadenza”, spiega Roberto Cunsolo, consigliere dell’Ordine nazionale dei commercialisti. Così alla fine del contratto, il rapporto di lavoro semplicemente finisce. Tutto nella norma, insomma. Anche l’accesso agli ammortizzatori sociali? Non esattamente perché ogni contratto è una storia a sé. “Questi soggetti non sono coperti dalla cassa integrazione e talvolta neanche dalla disoccupazione – prosegue l’esperto -. Potrebbero essere coperti dalla Naspi ma solo se hanno maturato un numero di mesi (sei, ndr) previsti per l’accesso all’indennità di disoccupazione”. In pratica, se il lavoratore è stato assunto per quattro mesi, da gennaio ad aprile, non ha diritto a nulla.

La cig non è uguale per tutti – Chi ha diritto alla cassa integrazione in teoria è coperto, ma l’ammortizzatore non funziona per tutti allo stesso modo. I problemi ci sono soprattutto per quella in deroga. “La procedura è complessa e passa per un accordo fra Regioni e sindacati. Spesso viene richiesto ai lavoratori di avere la tessera del sindacato e quindi versare le trattenute. Aspetto che i piccoli imprenditori non apprezzano e talvolta neanche i lavoratori”, conclude Cunsolo. “Il risultato è che tante piccole imprese non stanno neanche chiedendo il sussidio mettendo in difficoltà tantissimi lavoratori”, denuncia Antonio Amoroso, sindacalista Cub che per primo si è accorto del problema per le microaziende. Inoltre per diversi lavoratori le nove settimane di cassa stanno già per terminare. E a maggio, salvo la proroga di due mesi di recente prospettata dal governo, scomparirà anche il divieto di licenziamento.

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