Questo che vedete nella gallery è il cortile della scuola pubblica di Berlino sotto casa nostra. I docenti sono quasi tutti giovani, vanno a scuola in bici così come i ragazzi (pure se fa -10 gradi). Le classi sono ampie, luminose, piene di finestre. Gli studenti sono pochi per ogni aula perché suddivisi per turni ancora prima del Covid per dare priorità alla qualità dell’interazione docente alunno.

Casa nostra sì affaccia sul cortile e i bambini stanno quasi sempre fuori, sia per le lezioni frontali che non. Hanno banchi in legno allestiti all’aperto, coperture in caso di pioggia. Non è una scuola sperimentale bensì normale.

Allora, per favore: risparmiatemi i paragoni con il nord Europa perché si tratta di fantascienza e per arrivarci bisognerebbe rivedere tutto, a partire dal nostro sistema pensionistico, passando per quello culturale (non uscire che fa freddo, chiudete le finestre altrimenti si ammalano). La soluzione sul tema scuola va trovata ora per settembre e si basa su quello che abbiamo, ovvero la sopravvivenza.

Le nostre sono classi pollaio, anguste, dove sgomitano tra gli spazi anche 30 bambini. Le mense sono affollate da almeno 4 classi per volta per un totale di 120 bambini che si scambiano i piatti, posate, bicchieri. I docenti, se va bene, hanno in media 50 anni ma molti sono prossimi alla pensione ovvero soggetti a rischio.

Talmente anziani da non essere riusciti neanche ad applicare la didattica a distanza, così anacronistici da non portarli in giardino se sono agitati senza capire che più staranno seduti al banco più lo saranno. I turni sono bloccati a un unico turno, otto ore al giorno seduti al banco (non ci riuscirei neanche io a 40 anni), l’unica cosa variabile è il lavoro dei genitori che non ha orari.

Le scuole oggi non possono riaprire ed è giusto così. Il premier Conte ha dichiarato che secondo il comitato tecnico-scientifico di esperti se riaprissero ‘avremo una nuova esplosione del contagio nel giro di una-due settimane’. Un dato confermato dalla comunità scientifica nord Europea che ha sconsigliato l’avvio delle scuole a maggio, tanto che stanno nascendo comitati di genitori contrari alla riapertura e la Francia per prima potrebbe fare un passo indietro.

Per l’Italia, però, il problema scuole è strutturale e non può essere pensato solo un vista dell’emergenza. E lo sforzo richiede un’analisi così complessa da coinvolgere il mondo del lavoro, della sanità, della didattica, della pedagogia, dell’istruzione ecc. Perché la scuola non sia un’appendice collaterale ma al centro di questo sistema.

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