Questo 25 aprile sarà diverso: senza le manifestazioni di piazza, senza le passeggiate sui sentieri partigiani a parlare dei nostri oggi e di quel lontano ieri che ha sempre qualche cosa di importante da ricordarci.

Il movimento di Resistenza ha inizio nell’autunno 1943. La prima stima valuta in circa 10mila “i ribelli”, con poche armi e ancor meno munizioni. Alla soglia dell’estate i resistenti raggiungono le 100mila unità, una crescita che allarma i nazifascisti. Il 20 giugno 1944 il responsabile del Comando tedesco di Padova commenta: “Un’ondata di ribellione attraversa l’Italia. Si moltiplicano gli attentati a persone isolate, a fabbricati, a municipi e recentemente anche a caserme.”

Migliaia di libri di memorie partigiane offrono spunti profondi sul passaggio da uomini in fuga a combattenti. Si cominciò a scrivere subito, quasi temendo che di quell’esperienza così irregolare sfumasse presto tutto. Già a giugno del 1945 esce il romanzo Uomini e no di Elio Vittorini, che aveva operato a Milano con la Resistenza dove è ambientata la vicenda. È un’immersione cruda nel campionario della violenza nazista che ne radicalizza a caldo la scrittura e gli umori, per quanto il suo protagonista Enne 2 sia un uomo di tormenti esistenziali che rifiuta certezze granitiche.

Tra i ribelli ci sono anche le donne, si contano in totale circa 35mila partigiane armate che vanno a creare un’originale commistione che si traduce, per le combattenti, in un atto di emancipazione non solo politica, ma anche di costume. In una raccolta di testimonianze, Volontarie della libertà, la trentina Maria Cadonna, appena arruolata, si sente rispondere dal suo comandante: “Dai miei uomini sarete rispettata non solo come donna, ma anche come uomo”.

La maggiore pericolosità acquisita dalle bande, che si stanno ingrossando diventando brigate, passa attraverso un percorso di consapevolezza sulle ragioni della lotta e sul modo di combattere.

Tra i diari partigiani più interessanti c’è senz’altro Banditi di Pietro Chiodi, pubblicato nell’immediato dopoguerra e ristampato varie volte da Einaudi (l’ultima nel 2015). Si ritrova il sentimento di umiliazione vissuto l’8 settembre 1943, con i nazisti che rastrellano e maltrattano i soldati italiani e affiora il primo dilemma: l’affermazione di nuovi principi passa per la sconfitta del proprio Paese? C’è una riflessione, quasi una costruzione dal basso, di un nuovo sentimento di patria.

Nelle brigate partigiane come arrivano a uniformarsi esperienze diverse? C’è un codice con il quale si deve combattere, un regolamento militare, una disciplina da rispettare? Le risposte sono diverse, a seconda delle zone e dell’orientamento delle formazioni, ma ovunque matura una ricerca di senso che precede e va oltre l’azione militare.

La disciplina partigiana si impone per distinguere “il fiore dalla feccia”, senza abbandonarsi alle rapine che contraddistinguono l’azione depredatoria, a fine personale, dei corpi della Repubblica sociale italiana. Spesso, e lo racconta anche Chiodi nel suo diario, i partigiani che commettono furti sono condannati alla fucilazione. Una pena ricorrente alla quale non crede di essere sottoposto il partigiano ladro Blister, protagonista di un racconto di Beppe Fenoglio nei Ventitré giorni della città di Alba, convinto che i legami di amicizia con i suoi compagni vadano oltre la sua mano lesta. L’autodisciplina fonda la differenza con il nemico, forgia il senso etico, garantisce un rapporto di fiducia con la popolazione.

La convivenza con la minaccia di morte è continua, senza retrovie, senza rifugi stabili dinanzi all’impeto dei rastrellamenti che disperdono le brigate. Una fragilità che si rivela nelle invisibili delazioni dei civili o, peggio ancora, nel tradimento di un compagno di lotta che mette a repentaglio tutto il gruppo. Così descrive la situazione, in un romanzo apparso nel 1947, Il Sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino che è stato anche partigiano: “uno dei nostri ha tradito. […] Assiste agli interrogatori di ognuno che vien preso e denuncia tutti”.

I dilemmi etici si scontrano con le urgenze, i risentimenti. Si scopre quanto sia letale la magnanimità verso i prigionieri che nasce dall’angoscia di dovere uccidere non il nemico in astratto, ma una persona in carne ed ossa. Ne dà traccia, fra gli altri, lo scrittore partigiano Davide Lajolo ne Il voltagabbana, descrivendo un processo a un ufficiale fascista. Dopo una lunga discussione la brigata decide di non ucciderlo, ma quando arriva la notizia che il figlio di un partigiano è stato fucilato la ritorsione è inevitabile. Una legge crudele della guerra, anche se dalla parte giusta.

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