Grazie Conte, ma le nostre librerie restano chiuse. Doveva essere un regalo di sostegno a un settore in difficoltà, ma in 48 ore è arrivata la doccia fredda. Va bene, il nuovo decreto sul prolungamento della quarantena anti Coronavirus prevede un piccola deroga: la riapertura delle librerie, come delle cartolerie e dei negozi di abbigliamento per bambini. Ma per circa 250 librai indipendenti italiani – cifra che di ora in ora sembra aumentare a dismisura – di rialzare la serranda non se ne parla proprio. Motivi? Due su tutti: paura di riaprire in assenza di una mobilità tornata alla normalità; sicurezza insufficiente a livello sanitario sul posto di lavoro. “Significa avere costi di gestione come se fosse un’apertura normale ma in assenza del lettore e quindi sul piano economico una preoccupazione reale – spiega al FQMagazine Alberto Ibba di NNEditore, tra coloro che hanno fatto nascere la piattaforma LED (Librai Editori Distribuzione) su Facebook dove in un paio di giorni si è formata una radicale fronda antiriapertura. “Ci sono anche altri due problemi non da poco. Intanto quello che più preoccupa è che la libreria non è un negozio come un altro, ma un posto dove ci si trattiene fisicamente per un po’ di tempo, dove si hanno relazioni, dove il librai entrano in contatto con il cliente. Il libro poi è un oggetto cha passa di mano in mano. Insomma, c’è preoccupazione per la tutela della salute sia del libraio che del cliente. Infine ci si chiede: ma se riapriamo e perdiamo gli incentivi statali concessi (cassa integrazione ndr) perché non iniziamo a pensare al problema delle librerie come qualcosa di più strutturale dove lo stato dovrebbe intervenire in maniera diversa, magari occupandosi del costo degli affitti?”. A scorrere la lista dei librai che non vogliono riaprire il 14 aprile – appello ed elenco degli aderenti si possono trovare sulla pagina di Minima e Moralia – si scorgono librerie dal Nord al Sud del paese, tra cui Mannaggia – Libri da un altro mondo di Perugia che sulla loro pagina Facebook ribadiscono un fermo e deciso no al regalo governativo: “Alla riapertura delle librerie hanno contribuito alcuni appelli riconducibili a una retorica della cultura e del libro irrealistica, di comodo e ipocritamente di pancia che non ci appartiene, e per la stesura dei quali non ci risulta siano stati coinvolti i librai, che in ogni caso non li hanno sottoscritti – c’è scritto al punto due di un post fresco fresco di social-, “ciò di cui l’intero settore avrebbe bisogno non è il pericoloso “contentino” di una riapertura prematura, ma un sostegno reale e continuo da parte dello Stato: è a questo che l’improvvisa e sospetta attenzione al nostro ruolo socioculturale dovrebbe portare, se quest’attenzione fosse reale come ci auguriamo”. “Capiamoci – conclude Ibba – se le librerie riaprissero il 14 aprile la filiera è comunque ferma. I lanci delle novità sono bloccati, le case editrici non fanno promozioni. Si lavorerebbe sulle giacenze in magazzino. Con LED invece stiamo trovando sintonia per un discorso che sintetizzo così: ripensare tutto per rimanere in piedi. Scordiamoci che il lavoro delle librerie torni come prima, cambierà in modo strutturale. Meglio quindi prepararsi uniti a questa mutazione mai vista”.

Se alla fronda per la serrata degli indipendenti aggiungiamo che la giunta regionale lombarda di Fontana ha nuovamente diversificato il decreto governativo affermando che le librerie non apriranno in Lombardia, il cerchio sembra chiudersi. O quasi. “Di fronte alla decisione di tanti stimabili colleghi librai sono davvero stupito. Stare aperti non è un vantaggio economico, ma se il governo ci concede l’onore di considerare il libro cosa essenziale, richiesta peraltro voluta da tempo da librai grandi e piccoli, noi ne assumiamo, in totale sicurezza, gli oneri”, spiega Edoardo Scioscia, socio e amministratore delegato della catena Libraccio che ha aderito con entusiasmo alla riapertura del 14 aprile. “In una lettera i miei colleghi chiedono come si farà per il contatto interpersonale. Beh avverrà come dal panettiere: entri con o senza mascherina, stai a distanza, e prendi il pane che ti viene servito coi guanti. Lo stesso lo farai coi libri. Cosa si aspettano la Vaporella su ogni libro che si passano tra le mani?”. 49 punti vendita in tutta Italia (una ventina in Lombardia che resteranno chiusi), oltre 450 dipendenti, una storia commerciale che inizia fin dal 1979, dal Libraccio si prendono precise distanze dagli altri librai: “Se mi dicono che vogliono stare chiusi e sperare sul supporto statale, io non ho quella mentalità lì – prosegue Scioscia – io cerco idee e soluzioni come ad esempio trasformare i 13 metri quadri per persona da occupare nel negozio che dà il decreto, in 30 metri, cioè oltre il doppio della norma. Un negozio da 250 metri quadri avrà due/tre dipendenti e sei clienti. Gli altri fuori in coda. Sono indignato con i colleghi che hanno scritto cose incredibili sulla possibilità di passaggio del virus sui libri. Allora passerà anche sulla busta del pane? Se fai mantenere le regole, mascherine, guanti e distanziamento, non c’è nessun problema. Altrimenti se la carta trasmette il virus i giornali cosa sono, il primo veicolo di morte?”.

Memoriale Coronavirus

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