Epidemia colposa. È l’ipotesi di reato su cui – secondo quanto riporta Il Corriere della Sera – indaga la procura di Bergamo. Da giorni i media e tra i primi il fattoquotidiano.it hanno sollevato domande e dubbi sulla mancata istituzione della zona rossa della Bergamasca e sulla gestione dell’ospedale di Alzano Lombardo dopo la scoperta dei primi casi di contagio. Il fascicolo è, al momento, contro ignoti.

Gli accertamenti punteranno a stabilire eventuali responsabilità seguendo due percorsi di indagine: il trattamento dei primi pazienti positivi ricoverati da più giorni vicino ad altri degenti, e la decisione, presa il 23 febbraio, di chiudere e poi riaprire dopo poche ore il pronto soccorso. Mentre a Codogno (Lodi), uno degli undici comuni cinturati nella zona rossa dal governo, l’ospedale veniva sigillato e sanificato. Una decisione che nelle settimane in cui i morti nella provincia di Bergamo sono aumentati esponenzialmente appare più che mai incomprensibile. Per due giorni – domenica e lunedì – i carabinieri del Nucleo antisofisticazione e sanità di Brescia, competenti anche sul territorio bergamasco, hanno acquisito una serie di documenti all’ospedale Pesenti-Fenaroli.

Tra i documenti le cartelle cliniche di Ernesto Ravelli, 84 anni, il primo paziente deceduto in provincia di Bergamo: era arrivato al pronto soccorso il 21 febbraio, venerdì, ed era morto il 23, poco dopo il trasporto al Papa Giovanni XXIII, quella di Franco Orlandi, 83 anni, di Nembro, in ospedale fin dal 15 ma con tampone positivo ricevuto solo domenica 23, due giorni prima di morire. La sequenza poi è diventata esponenziale senza contare i casi sommersi e i morti in casi a cui non è stato effettuato il tampone post mortem. A Bergamo il 26 febbraio c’erano infatti “solo” 20 casi che però diventano 72 il giorno dopo, quasi quattro volte in più. Si passa a 103 il 28 febbraio, il 1 marzo raddoppiano a 209, poi 243 e in pochi giorni il focolaio si espande inarrestabile. Così inarrestabile che per poter cremare i deceduti il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha dovuto chiedere aiuto ad altre città e regioni.

Il 27 febbraio, imprese e sindacati redigono un documento congiunto per dire che “dopo i primi giorni di emergenza, è ora importante valutare con equilibrio la situazione per procedere a una rapida normalizzazione, consentendo di riavviare tutte le attività ora bloccate”, scrivono Abi, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Legacoop, Rete Imprese Italia Cgil, Cisl, Uil. Il 28 febbraio l’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, aveva escluso l’istituzione di una zona rossa nel Bergamasco: “Non riteniamo di gestire con ipotesi di zona rossa quella zona lì di Alzano Lombardo” anche se poi, il 3 marzo, di fronte a dati che diventavano via via più inquietanti aveva fatto una parziale marcia indietro: “È un dato oggettivo che in quell’area oggi il numero dei contagi è uno dei più alti. Abbiamo chiesto ai tecnici di fare valutazione e di suggerire interventi”.

La cronaca racconta, per ora, che le analisi furono effettuate dopo l’allarme sullo quello che impropriamente è considerato il paziente 1 a Codogno, ma c’erano evidenze nei sintomi che si potevano rilevare prima. Come un insolito ed elevato numero di polmoniti. Che stando ad alcuni medici di base avevano cominciato a colpire già a fine gennaio. Nel frattempo il virus ha avuto modo di circolare ovunque, infettare e uccidere migliaia di cittadini.

Per l’assessore Gallera però non ci sono responsabilità: “Il 22 si fa un tamponamento a una persona, il 23 viene chiuso il pronto soccorso, sanificati i locali e riaperto in condivisione con la Regione Lombardia. Contestualmente vengono fatti i tamponi a tutto il personale e ai malati che avevano polmoniti interstiziali. Quindi, sono stati mappati subito i contagi tra il 23 e il 24″. E anche nella vicenda della zona rossa di Alzano, Gallera difende le mosse fatte, sempre in sintonia – dice – con il governo. “Nel momento in cui il governo sta assumendo una decisione, ha senso che io, sapendolo, la prenda quattro ora prima? Poi ci si accusa di non avere una sintonia istituzionale… Noi abbiamo condiviso passo passo con il governo qualunque tipo di decisione assunta”.

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