A Nembro le campane a morto non suonano più. Per chi ha perso il padre, un amico o un conoscente a cui non è stato possibile nemmeno dare l’addio, sarebbe troppo. Anche le ambulanze entrano nella cittadina senza le sirene. In silenzio. Come in silenzio scivolano via i carri funebri col proprio carico di vita spezzata dal Covid-19. Cento, cento vittime dal 25 febbraio, quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria. In tutto il 2019 erano state poche di più: 120. Nel paese accanto, Alzano Lombardo, ci sono stati 50 decessi in 20 giorni. “Ormai contiamo solo i morti”, dice il sindaco, Camillo Bertocchi.

L’EPICENTRO DELL’EPIDEMIA – Alzano e Nembro sono i due comuni del focolaio bergamasco, l’area d’Italia più colpita dal coronavirus e da cui, verosimilmente, si è diffusa la malattia nel resto della provincia. Qui, in questo fazzoletto di terra della Bassa Valle Seriana, ci sono quasi 400 aziende per un totale di 3.700 dipendenti e 680 milioni di euro all’anno di fatturato (dati Confindustria). Una volta, prima della sua crisi, era il tessile a farla da padrone (il rosso fiammante delle camicie garibaldine venne prodotto poco più a nord, nella Val Gandino). Ora c’è un po’ di tutto, con l’automotive in testa: dalla Polini Motori (15 milioni di euro di fatturato nel 2018) alla Persico spa (quasi 160 milioni). Passando per la Cartiera Pigna, fino ad Acerbis e Fassi Group ad Albino.

ZONA ROSSA, Sì O NO? – Come il virus sia arrivato in questa zona ancora non è chiaro. Una pista è quella, sull’asse Lodi-Bergamo, delle fiere zootecniche; un’altra considera fatali gli incontri di calcio del campionato di Eccellenza, o addirittura quell’Atalanta-Valencia a San Siro che tante gioie ha regalato agli orobici. Sta di fatto che il 4 di marzo, quando l’epidemia è già esplosa (la prima vittima, a Nembro, è del 25 febbraio, quattro giorni dopo la scoperta del “paziente 1” di Codogno), l’assessore al Welfare lombardo Giulio Gallera annuncia in conferenza stampa di aver chiesto al governo di istituire la zona rossa nei due comuni. Tra gli addetti ai lavori si parla anche del già citato Albino e di Cologno al Serio. Sono passati dieci giorni dalla nascita della zona gialla in Lombardia e gli esperti dell’Istituto superiore della sanità effettuano un sopralluogo. Quando Gallera parla, contestualmente, danno il loro assenso alle misure già adottate nei dieci comuni del Lodigiano e a Vo’ (Padova), tanto che Giovanni Rezza, del dipartimento di Malattie infettive, precisa: “Servono per proteggere anche il capoluogo“. Si aspetta solo l’ok del governo, che pare imminente. “Da lì in avanti sono stati giorni confusi” racconta l’imprenditore Franco Acerbis, che da più di dieci giorni ha lasciato la maggior parte dei propri dipendenti a casa a eccezione di quelli che “mandano avanti la parte contabile e amministrativa”. “All’inizio eravamo tutti impreparati. Non è stata valutata la gravità della situazione in maniera corretta. Io favorevole alla zona rossa? Sarebbe stata una bella opportunità. Ora, forse, è troppo tardi”.

IL SINDACO DI BERGAMO E LA “MORAL SUASION” – In quei giorni Giorgio Gori, dopo aver sostenuto la folta schiera dei politici sorridenti col bicchiere di spritz in mano, cambia radicalmente registro. Si accorge che a Bergamo si muore. E quando dagli ospedali gli arriva chiara l’indicazione che di lì a poco sarebbero esplosi i decessi, apre alla zona rossa (6 marzo): “Si decida“. Poi, più esplicitamente, chiede al governo di istituirla. Nel frattempo si preoccupa di spiegare le motivazioni della sua richiesta direttamente agli imprenditori, in una sorta di moral suasion. “Siamo in emergenza, serve che vengano garantiti solo i servizi essenziali”. Insomma, per le altre aziende sarebbe meglio fermarsi. Concetto ribadito ieri: “Si salvaguardino le filiere strategiche – alimentare, sanità, energia – e si chiuda il resto”.

L’EMERGENZA DILAGA – Lo stop dall’esecutivo, tuttavia, non arriverà mai. Quando l’8 marzo tutta la Lombardia va in isolamento, trasformandosi in zona arancione, delle misure più stringenti per la Valle Seriana non si parla più. Eppure gli effetti del “no” alla zona rossa sono sotto gli occhi di tutti: le strutture sanitarie sono al collasso da circa una settimana; Bergamo è la provincia col maggior numero di decessi, più di 600 secondo i dati ufficiali, che però vengono considerati sottostimati da sindaci e medici di base; non si sa più dove mettere le salme, tanto che l’esercito deve intervenire ogni giorno per portarle in altre regioni; e i contagiati se ne restano a casa, senza tampone, finché per qualcuno di loro non è necessario chiamare l’ambulanza. Tra chi vuol capire cosa sia accaduto, c’è il deputato bergamasco Alessandro Sorte, ex Forza Italia e ora nel gruppo di Giovanni Toti, Cambiamo!. “Ho proposto di fare una commissione d’inchiesta” dice, “ora affrontiamo l’emergenza, ma appena finisce metterò a punto un disegno di legge. Non voglio pensare a cosa emergerà, ma è un dato di fatto che a Bergamo ci siano state – e ci siano – delle anomalie sul fronte dei numeri“. Alla domanda se ci siano state responsabilità politiche, Sorte preferisce non esporsi, ma il messaggio è piuttosto chiaro: “Ripeto: i dati sono anomali, lo dicono le statistiche. Si farà luce su quello che non ha funzionato“.

IL RUOLO DEGLI INDUSTRIALI – Nei primi giorni di marzo, stando a una fonte qualificata vicina all’associazione degli imprenditori, la testa di Confindustria Bergamo, cioè il presidente Stefano Scaglia, è favorevole alla zona rossa. Sopra di lui, però, c’è Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, che è contrario a qualsiasi tipo di blocco delle linee di produzione. Mercoledì 11, per rispondere ai sindaci e alla Regione che invocano misure più forti, afferma che “è indispensabile tenere aperte le aziende“. Aggiungendo: “Interrompere ogni filiera vuol dire dare all’estero un segnale di mancata capacità produttiva difficile da recuperare nel breve periodo”. Nei giorni caldi di dibattito sulla zona rossa, Bonometti avrebbe potuto contare sul sostegno di diverse aziende con sede ad Alzano e Nembro. In testa, secondo le ricostruzioni avvalorate anche dai sindacati, ci sarebbe stata la già citata Persico spa, dal cui cantiere del reparto Persico Marine sono uscite Luna Rossa AC75 e alcune imbarcazioni della Volvo Ocean Race. “A cavallo tra febbraio e marzo doveva fare una spedizione importante. La pressione degli imprenditori c’è stata”. L’asse tra Bonometti e alcune aziende locali si sarebbe così saldato con la posizione degli industriali romani*. Poi il governo ha preso tempo, fino alla decisione dell’8 e poi del 10: fare dell’Italia un’unica zona arancione.

* Inizialmente Ilfattoquotidiano.it ha contattato la Persico spa perché potesse fare una sua ricostruzione, ma l’azienda non ha richiamato. Dopo la pubblicazione dell’articolo Alessandra Persico, Vice President Purchasing & Operations dell’azienda, ci ha inviato questa mail, che pubblichiamo integralmente:

Gentile signor Marzocchi,
rispondiamo oggi alla sua mail di ieri, potrà facilmente immaginare che pur avendo doverosamente sospeso la produzione nella nostra azienda, siamo sotto pressione su molteplici fronti, non solo aziendali ma anche personali, visto che la nostra famiglia vive da sempre sul medesimo territorio che sta vivendo questa emergenza.
In riferimento al suo circostanziato articolo, non è che abbiamo “preferito non richiamare” ma siamo riusciti a rispondere solo ora. Abbiamo riscontrato nel suo pezzo informazioni a nostro avviso inesatte. Dobbiamo precisarle innanzitutto che nessuna spedizione è stata fatta “a cavallo tra febbraio e marzo”, come lei scrive, né tanto meno successivamente. Entrambe le barche che stiamo costruendo in questo momento infatti sono in cantiere sebbene nessuno ci stia lavorando nonostante nessuno ci abbia vietato di proseguire con i lavori e tantomeno di spedirle.
Il periodo precedente all’adozione dei provvedimenti di emergenza è stato di grande confusione. Abbiamo interloquito continuamente con Confindustria per capire quali fossero le intenzioni del Governo e quali i provvedimenti che si intendevano adottare. Nell’incertezza della situazione, vista l’urgenza e la gravità, abbiamo anzi, ancor prima che il Governo adottasse alcun provvedimento, preso una serie di provvedimenti per la tutela del nostro personale già prima che fosse operativo il Decreto attualmente in vigore, tra cui la possibilità di adottare lo smart working per gli impiegati mentre in produzione si facevano due turni di 6 ore per poter avere meno persone contemporaneamente in reparto, chiudere mensa, qualsiasi zona ristoro e spogliatoi.
Ci siamo assicurati che gli stessi lavoratori e le loro famiglie comprendessero la gravità della situazione.
La nostra azienda e la nostra famiglia hanno sempre avuto a cura la Valle dove si è nati e dove si vive. La salute e il lavoro sono per noi beni primari e assoluti. E’ così da sessanta anni e così vogliamo esserlo anche nel futuro.
Siamo certi di averle dato i chiarimenti del caso, ma in caso avesse ulteriori domande, la preghiamo di volercele inoltrare.

Saluti cordiali

Alessandra Persico

Twitter: @albmarzocchi

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