Le persone in fuga da Milano verso il Sud mostrano ancora una volta che nei momenti di panico l’irrazionalità dilaga. Sono fuggiti per portare a casa, nei polmoni dei loro cari, il virus contratto in Lombardia? E’ questo che vogliono? No. Comportamenti irrazionali. Di più: il rito dell’aperitivo con gli amici (prima del “Tutti in casa” imposto dal governo) evidenzia l’irresponsabilità di molti.

Urge senso civico. E rispetto delle misure per frenare i contagi. Viviamo ore difficili. Talmente eccezionali che ci si trova di fronte a terribili dilemmi morali: se mancheranno posti in ospedale può rendersi necessaria (Dio non voglia) una selezione per età, un limite all’ingresso degli anziani in terapia intensiva; è mostruoso e ricorda anni bui ma è un dilemma morale di fronte a cui ci si potrebbe trovare.

E’ dura la guerra contro il virus. Occorre attenersi alle indicazioni della scienza. Nell’età della tecnica – dice Heidegger – la scienza domina la politica. E’ una critica ripresa da molti. Tuttavia non è così unidirezionale (e negativo) il rapporto scienza-politica e lo si vede proprio in questi giorni: insomma, la scienza indica le misure funzionali al quadro epidemiologico, e la politica, sulla base di queste indicazioni, prende le decisioni. Dominio della scienza? Lo scienziato fa il suo mestiere, studia e indica soluzioni; ma anche la politica fa il suo mestiere: ascolta le indicazioni e decide. Ecco: la politica decide. Non c’è subalternità. Ed è giusto così, con buona pace di Heidegger.

Poi, certo, negli anni sono stati commessi errori e non tutto ciò che accade è colpa del virus. Oggi ci si stringe intorno alla politica che combatte l’epidemia. E’ giusto. E Il Fatto Quotidiano è stato tra i primi a evidenziare la serietà del pericolo con una lettura al presente de La peste di Albert Camus (25 febbraio), mentre Repubblica, con Giannini, sottovalutava (27 febbraio): “C’è stata la ‘settimana Albert Camus’: il Covid-19 come nuova Peste, dunque allarmi…”.

E tuttavia, se c’è spazio per una critica costruttiva, vien voglia – ora che tutti parlano di nuova peste – di personalizzare il Coronavirus e immaginarne l’autodifesa: “Mi chiamo Covid-19 e m’attribuiscono tutto il male possibile; attacco le vie respiratorie, faccio danni, certo, ma tutto sarebbe stato più controllabile se alcune parole non fossero sparite da tempo dalla scena pubblica. Prevenzione. Cura. Progetto. Programmazione. Che ne è di questi “termini chiave” della buona politica? Mi chiamo Covid-19, nome politically correct, ma di corretto in questa storia c’è solo il mio nome.

Che c’è di giusto nell’imprevidenza con cui l’Italia arriva all’appuntamento con me? La sanità pubblica è distrutta, i posti letto dimezzati, le macchine per la terapia intensiva insufficienti. Oggi mi si affronta in ospedali fatiscenti e reparti di rianimazione inadeguati al bisogno. Vi rendete conto che mancano (anche) mascherine e strumenti minimi? E date tutta la colpa a me!? Ora arrivano 20 mila assunzioni, è tardi e ho già fatto danni ma almeno cominciate a muovervi.

Dire che la vostra inefficienza centuplica la mia forza distruttiva è la verità. Inoltre: avete chiuso le scuole e avviato lezioni via internet, Google Classroom, registro elettronico; ma i risultati sono scadenti (molte scuole non sono attrezzate). Siete sicuri di aver avuto cura della Pubblica Istruzione, averla modernizzata, protetta, adeguatamente finanziata? Posso sbagliarmi, ma molto prima che arrivassi io ben altri virus avevano infettato la scuola pubblica: abbandono, tetti cadenti, laboratori fatiscenti, classi anguste, finanziamenti dirottati verso le scuole private.

E adesso ve la prendete con me, Covid-19, perché rendo impossibile la didattica: avete provato a pianificare -per tempo, non in emergenza- una didattica alternativa a quella frontale in classe? Suvvia, ognuno si assuma le sue responsabilità. Per errori di comunicazione è passata perfino l’idea, nell’opinione pubblica mondiale, che io, Covid-19, nato, incubato, e cresciuto in Cina, sia un prodotto italiano. Mi fermo qui”.

Ecco, bisogna prender atto degli errori e ricavare da questa calamità insegnamenti utili, come ha scritto sul Fatto l’ottimo Montanari; se poi le forze progressiste coglieranno l’occasione per ripensare la politica in termini unitari per il bene pubblico, sarebbe perfetto. Ma questo è un altro discorso.

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