L’emozione sta da sempre alla base di quelle reazioni chimiche tra persone che poi, da quando nella storia abbiamo smesso di unirci in gruppo semplicemente per cacciare predatori più grandi e il desiderio di socialità ha iniziato a influenzare in maniera sempre maggiore l’esistenza umana, hanno dato vita a eventi storici dettati dall’aggregazione di persone che agisce come collettività. Che poi a pensarci è un po’ il senso di essere degni esseri umani.

E, a pensarci meglio, non è corretto darle per scontato, un po’ perché come stiamo vivendo e vedendo in questi giorni di emergenza sanitaria l’aggregazione può non essere scontata in sé per motivi di forza maggiore, una forza maggiore che trasforma un saluto in un pericolo e un tavolino di un bar in una zona di contagio, un po’ perché viviamo in un sistema con il culto dell’individualismo che si regge su logiche in stile divide et impera, un po’ perché all’aggregazione si fa una battaglia politica spesso mascherata da “lotta al degrado” o ai giovani che fanno i giovani, e sistematicamente nella negazione (e non nella scelta, individuale e soggettiva, della solitudine) dell’aggregazione è implicito il soffocamento dell’emozione.

Noi siamo gente strana, abbiamo scelto di dedicare una parte importante dei nostri interessi, del nostro tempo, delle nostre corde vocali e dei nostri soldi in un gioco con la palla che riesce a regalare alle persone emozioni con il fine ultimo e supremo proprio dell’aggregazione. Decidiamo di sacrificare tanto per questa roba. Di togliere tempo alle persone che lo meriterebbero, alle cose importanti da fare. E lo capiamo noi per primi. Comunque per chi non lo conoscesse si chiama calcio e in pratica 11 contro 11 devi tirare col piede in una rete. Vabbè se te lo spiego così non rende.

In questa tribù di imbecilli quali siamo, comunque, si crede che la maglia di una squadra di calcio possa rappresentare una comunità e con quella comunità si sdebiti attraverso emozioni che attraversano un percorso che va dalla gioia totale all’abnegazione nella sofferenza. E questo legame nel calcio di oggi non è mai stato meno scontato tra stadi diventati inaccessibili per le classi più povere di questa società, squadre ripulite di ogni connotazione identitaria felicemente sacrificata sull’altare del profitto in cambio di progetti vincenti (qualcuno ha detto Red Bull?), aumento del calcio come business che rende i professionisti di questo settore superstar miliardarie che niente hanno a che fare con chi ogni settimana perde la voce per le loro verticalizzazioni.

Proprio per questo la qualificazione dell’Atalanta contro il Valencia in un momento così sconvolgente, grave e totalizzante per la comunità che rappresenta non può che far tornare a pensare al calcio come un qualcosa che alla fin fine può fare ancora del buono per le persone. Che sia in grado di mettersi alla base di scintille fondamentali per sentirci vivi, che riesca ancora a creare emozioni. Che rappresenta altro rispetto a quello che ci ripetono in continuazione quelli che ce l’hanno in pugno. Così, come se non facciano di tutto per soffocarlo.

A margine, hanno poi destato una certa impressione i messaggi postati dagli account social del club nel bel mezzo della sbornia (simbolica o solitaria) post qualificazione per chiedere, o meglio ricordare, ai tifosi di non presentarsi all’aeroporto di Orio al Serio o al centro sportivo di Zingonia. Niente festeggiamenti di massa, come suggeriscono buon senso, vivere comune e disposizioni del governo.

E fa pensare che il primo pensiero dopo una gioia del genere sia stato l’ammonimento, ovviamente sacrosanto e fondamentale, a non condividere la gioia con i “fratelli”, a restare a casa, a non abbracciare nessuno. Raggiungere il traguardo più grande della propria fede calcistica e non poterlo celebrare, perché paura ed emergenza hanno paralizzato ciò che hai attorno. È forse la sfortuna sportiva più grande che possa esserci, ma anche uno stimolo enorme a restare concentrati sul proprio presente, a resistere, per sperare di scrivere un nuovo capitolo. Perché il pallone non stermina le epidemie, non crea posti letto negli ospedali, non aiuta ad assumere medici, però è uno dei modi più coinvolgenti di affrontare la normalità o di provare a ricostruirla. E quando c’è, e sa raccontare l’appartenenza, si sente.

A Bergamo e alla sua squadra.

Foto tratta dal profilo Facebook ufficiale Atalanta Bergamasca Calcio

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