La pandemia del Coronavirus, la più seria emergenza dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, servirà a farci capire se il 2020 porterà allo scioglimento dell’Unione Europea o se l’Ue ha ancora motivi di esistere. Non è retorica, è che ci siamo stancati di un’Europa tutta “chiacchiere e distintivo” distante dalla politica vera che interessa i cittadini. Già. E infatti Roberto Gualtieri, il capo del Mef, ha twittato sabato: “Grazie a Paolo Gentiloni e a Valdis Dombrovskis per la vicinanza agli italiani in questo momento difficile. Coesione e solidarietà sono valori fondanti dell’Europa. Tutti insieme contro il Covid19”.

Gualtieri è il miglior ministro di questo governo, eppure diciamolo, perché mai dobbiamo ringraziare l’Europa? Per le chiacchiere, o per il distintivo? La Commissione non ci deve nulla perché all’Italia sarà consentito di scorporare dal deficit circa 21 miliardi di cui 7,5 saranno stanziati in misure immediate per combattere la pandemia. Un atto dovuto, è nei regolamenti. Ma la verità è un’altra: la Commissione Ue non sta facendo nulla, niente, zero, per fronteggiare la peggior crisi – economica, sociale, batteriologica – degli ultimi 70 anni.

Se l’Europa funzionasse e non fosse ostaggio dei governi nazionali e del ricatto dei paesi nordici, servirebbe un drammatico, immediato, clamoroso e lungimirante cambio di passo. Per esempio, posticipare di due anni gli investimenti miliardari green sul Climate Change annunciati in pompa magna da Ursula Von der Leyen sarebbe un’ottima idea. Il clima è una questione urgente sì, ma non come la lotta al virus. Bisogna investire una cifra forte – centinaia di miliardi – per fronteggiare il Covid-19. I tempi sono e saranno sempre più drammatici. Da Harvard l’epidemiologo Mark Lipsic sostiene che la pandemia sia già fuori controllo, nonostante la quarantena di 100 milioni di cinesi e ora di 60 milioni di italiani. Lipsic prevede che il virus si diffonderà senza rallentare e che entro un anno oltre il 40% della popolazione mondiale potrebbe essere infettato; il che vuol dire milioni di morti. Il tema però non è cimentarsi con scenari distopici o apocalittici: è mettere l’Ue con le spalle al muro.

Gualtieri, se vuole volare alto, deve proporre all’Europa di lanciare subito i Coronavirus bond. Si tratta di emettere almeno 500 miliardi di titoli garantiti dalla Bei (o da altre istituzioni ad hoc, ma non la Bce) allo scopo per combattere il virus nei paesi colpiti come l’Italia e in quelli che lo saranno nelle prossime settimane (Francia e Germania), investendo in strutture sanitarie, nuovi ospedali, miglioramento di quelli esistenti, reparti di terapia intensiva, assunzioni di medici e infermieri. Negli ultimi giorni sono circolate un paio di proposte, Federico Carli li chiama “solidarity bond” e Romano Prodi (sì lui, non smettete di leggere) e Alberto Quadro Curzio li chiamano “eurobond”. Sono idee che vanno accolte, rielaborate e spedite con un testo unificato a Bruxelles, alla Von der Leyen e a David Sassoli al Parlamento Europeo. I Coronavirus bond sarebbero obbligazioni emesse dai singoli Stati nazionali ma garantite da tutti i paesi dell’Unione Europea, allo scopo di finanziare le spese legate al contenimento del virus sia in campo sanitario sia per far fronte alle ricadute economiche delle misure di contenimento.

Con i crolli sulle borse mondiali, il petrolio a -30%, la paralisi di città e intere regioni, ci stiamo avviando velocissimamente verso uno scenario di recessione globale deflazionistica. Italia e Germania sono già in recessione (per l’Italia Moody’s stima un calo dovuto al Coronavirus dell’1%, da +0,5% a -0,5% ma diversi centri studi privati vedono un Pil a giugno tra -2,0% e -2,5%) per cui pensare di affrontare questa situazione attraverso trasferimenti e sgravi fiscali non serve a nulla. I Coronavirus bond poi, passata l’emergenza (una volta trovato il vaccino) servirebbero nella fase due per ridare slancio all’Europa, realizzando finalmente un piano d’investimenti di largo respiro, per esempio in opere pubbliche, un serio impulso keynesiano alla crescita del blocco economico dell’euro. Quindi non è l’Italia che va aiutata, è l’Europa che può ritrovare la missione che aveva smarrito.

Certo il termine eurobond genera rigetto da parte di molte nazioni, per prima la Germania, che lo considerano solo un veicolo con il quale gli Stati indebitati cercano di scaricare il peso del debito sulle spalle dei Paesi “virtuosi”. Ma qui c’è un’emergenza medica e una crisi sistemica epocale al cui confronto la grande recessione del 2008 sembrerà un picnic, se continua con il bollettino quotidiano di contagiati, deceduti e zone rosse. Il Coronavirus è il primo nemico comune da anni – insieme al flusso di migranti – che minaccia tutti i paesi dell’Unione, i Coronavirus bond sono il progetto giusto in grado di mobilitare, senza rischi e a costi limitati, investimenti di 500 miliardi di euro per gli oltre 500 milioni di cittadini europei. Quello che manca è la volontà politica. Si sa che fin quando non ci sarà un premier, un ministro dell’Economia e un ministro della Difesa l’Europa sarà solo un’espressione geografica e non una Federazione di Stati. Ma o ci si avvicina alla meta, o ci si allontana. Star fermi è impossibile.

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