Non sarà l’industria, nonostante i problemi di approvvigionamento e la produzione rallentata, a subire gli effetti più pesanti del coronavirus. Giada Giani, economista di Citi che segue i mercati europei, spiega che le conseguenze maggiori per l’economia europea sono sulla domanda di servizi. Il risultato, comunque, è che il rischio recessione per il Vecchio continente diventa molto significativo. Un rischio davanti al quale servirebbe non solo un coordinamento degli interventi nazionali, ma una risposta fiscale comune. Che però “non credo arriverà”, avverte Giani.
“Il primo e secondo trimestre per l’industria saranno negativi”, chiarisce l’economista di Citi, “ma poi lo stimolo fiscale farà sentire i suoi effetti e la domanda nella seconda parte dell’anno recupererà. Invece la domanda finale di servizi non può essere spostata nel tempo: se oggi non vado al ristorante non “recupererò” andandoci più spesso, mentre se nella situazione attuale decido di non cambiare macchina probabilmente lo farò a fine anno”. Particolarmente colpiti quindi i pubblici esercizi e il turismo, che pesa circa il 13% sul pil italiano contro il 9,5 in Francia e l’8,5 in Germania: “Ne risentirà per tutto l’anno. L’impatto maggiore sarà sulle vacanze pasquali, ma anche quelle estive perché le prenotazioni solitamente si fanno a inizio anno con un picco a marzo e aprile. Mi aspetto una normalizzazione a partire da dopo l’estate”.
Per quanto riguarda il manifatturiero, c’è comunque “il rischio che la caduta temporanea della domanda generi circoli viziosi per cui un’impresa meno profittevole potrebbe reggere nel brevissimo termine ma davanti a 5 settimane senza domanda non ce la fa”. Di qui i pacchetti fiscali che si stanno mettendo a punto in molti Paesi europei compresa l’Italia, con misure mirate a “fornire liquidità alle imprese per consentire loro di traghettare questa fase fino a quando la domanda riparte”, presumibilmente nella seconda parte dell’anno. La banca d’investimento ha stimato che virus e misure di contenimento possano ridurre il pil italiano nel primo semestre di 0,5-0,6 punti, ma la previsione è precedente all’estensione delle restrizioni. L’impatto, dunque, potrebbe essere maggiore.

L’intervento che il governo sta mettendo in campo è un primo passo di ordine di grandezza “giusto considerato che l’Italia non ha molto spazio fiscale”. Ma è evidente che per far fronte a uno choc di questa portata, conclude Giani, “servirebbe una risposta coordinata a livello Ue. E non escludo che un coordinamento ci sarà”. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha attivato un’unità di crisi proprio con questo obiettivo. “Ma non credo si arriverà a una risposta fiscale comune. Rimane un‘estrema reticenza dei paesi del Nord Europa nei confronti di politiche fiscali espansive”. Per lo stesso motivo, aggiunge Giani, “non sono ottimista nemmeno sull’impatto del Green deal annunciato dalla Commissione: il processo passa per il Consiglio in cui siedono tutti i capi di Stato”. E lo stesso vale per l’ipotesi che si arrivi, dopo anni di discussione, ad emettere titoli di Stato sovranazionali: i famosi Eurobond, auspicati da qualcuno come mezzo per finanziare una terapia d’urto a base di investimenti per l’economia continentale. “La prospettiva resta molto lontana. Già la sola unione bancaria ha posto problemi politici tali che doveva essere completata nel 2013 e invece le posizioni sono ancora distanti”.

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