La notizia ufficiale è arrivata dopo ore di messaggi ansiosi sulle chat di classe, che paventavano una possibile chiusura delle scuole fino a metà marzo: sì, le scuole resteranno chiuse fino a quella data. Al di là del fatto che si tratti di una decisione corretta dal punto di vista sanitario, che rappresenti cioè un’effettiva barriera al contagio, di certo rappresenta un carico di non poco conto sulle famiglie: dieci giorni sono infatti davvero tanti, specie per chi ha più di un figlio, chi deve continuare ad andare al lavoro e non può usufruire dello smart working.

Bambini a casa, quando mancano cortili e parchi sicuri, significa litigi, significa lotta per togliere loro strumenti digitali di cui vorrebbero appropriarsi per l’intera giornata, significa gestione continua del conflitto e ricerca del compromesso.

Il fatto è che la chiusura delle scuole, come accade anche durante Natale, Pasqua e le lunghissime ferie estive, fa emergere con chiarezza la differenza tra nuclei familiari benestanti, e ricchi di cultura, e nuclei poveri in denaro e in competenze culturali. Mentre nelle prime, sia pure a fatica, si riesce in qualche modo a compensare la chiusura con attività di ogni tipo, spesso a pagamento, nelle seconde l’alternativa è purtroppo troppo spesso, e in assenza di veri spazi aperti a causa del degrado ambientale e della cementificazione delle nostre città, solo videogiochi e altre applicazioni digitali, magari di bassa qualità, visto che paradossalmente anche i videogiochi migliori sono spesso a pagamento.

La differenza si fa ancora più acuta in questo momento, in cui tra l’altro i bambini dovranno davvero restare a casa, magari senza poter raggiungere i nonni in altre regioni o comunque far venire amici o altro. Si rischia di aumentare la tensione familiare all’infinito, si rischia di caricare sulle spalle degli uomini – e soprattutto delle donne – un peso che si aggiunge a quello ordinario: la gestione di bambini a casa per tutto il giorno.

Il problema sono, anche, i soldi. Non solo perché i bambini a casa mangiano, invece di farlo in mensa, e quindi costano, ma perché i lavoratori che non potranno assentarsi dovranno necessariamente pagare qualcuno, baby sitter o chi per loro, per guardare i propri figli. E se una baby sitter costa almeno otto o nove euro l’ora, è chiaro che moltiplicato per i giorni di assenza il costo sarà molto elevato.

Ha fatto bene dunque il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli ieri a chiedere un sostegno economico alle famiglie. Perché esattamente come le imprese, anche le famiglie sono gravate economicamente dalla crisi innescata dal coronavirus. Tutte, ma ancora di più chi ad esempio ha figli con disabilità, magari gravi: pensate come può essere la giornata di una madre che non può avere il sollievo del pulmino che porta il bambino e lo tiene per qualche ora in un luogo ricreativo, didattico e terapeutico.

Il punto, tuttavia, non è solo quello di come arrivare alla fine di questi dieci giorni, che i bambini già fortunati passeranno intrattenuti in attività culturali o ben seguiti da tate pagate, mentre i più poveri non avranno altro rifugio che la tv, e senza abbonamenti – Netflix, Amazon prime, etc. – che costano. Il problema è di prospettiva: perché è probabile che quella del coronavirus non sarà una crisi isolata. E’ probabile che sempre più in futuro, a causa anche dei cambiamenti climatici e delle crisi che innescheranno, saremo costretti a passare sempre già tempo a casa, nei più o meno lunghi periodi di emergenza.

Quello che vediamo oggi potrebbe essere il nostro non troppo lontano futuro. È allora fondamentale, oltre ovviamente a mettere in atto strategie per contrastare i cambiamenti climatici così come l’emergere dei virus, anche attrezzarsi sempre di più per sostenere le famiglie. Certamente, con una didattica a distanza seria e ben fatta, che permetta di non far loro perdere nozioni e competenze. Anche perché purtroppo i giorni di assenza non possono certo essere recuperati d’estate, visto che il clima è sempre più torrido e le scuole non sono condizionate (ma lanciamo una proposta: si vada a scuola durante le vacanze di Pasqua, sperando che il problema sia risolto).

E poi ci vorrebbero aiuti sostanziali alle famiglia, non solo di tipo economico. Bisognerebbe presto preparare task force di esperti, soprattutto psicologi, che possano spiegare ai genitori anzitutto come raccontare ai propri figli queste emergenze, ma anche aiutare a gestirli durante questi periodi di quarantena, che posso davvero aumentare la tensione familiare con esiti non positivi, anzi.

Infine, bisognerebbe anche che gli enti locali, ad esempio, facessero un monitoraggio delle famiglie, per vedere in che condizioni di fatto si trovano i bambini e i ragazzi nel momento in cui devono passare tutto il giorno dentro casa: ad esempio abitazioni non adeguate, non riscaldate, non climatizzate, inquinate, prive di spazi verdi. Perché questo è un problema reale e lo sarà sempre più in futuro. Senza un controllo fisico delle abitazioni, della situazione familiare e delle risorse economiche di cui si dispone, questi momenti di crisi e di abbandono pressoché completo dei minori a casa – con la risorsa fondamentale della scuole che viene meno, almeno per un periodo – rischiano di generare ulteriori crisi nella crisi. E rendere più fragili le famiglie già deboli.

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