Germania e Italia condividono il primato di paesi più anziani d’Europa. Nel 2015, però, Berlino ha aperto le porte all’ingresso di profughi, spesso giovani. È una precisa scelta politica che dà vantaggi demografici, ma non è esente da problematiche.

di Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin (Fonte: lavoce.info)

Numeri a confronto

Quando si parla di “recessione demografica”, si pensa subito a Italia e Germania i paesi più anziani d’Europa (e, assieme al Giappone, i più anziani al mondo).

Tuttavia, i dati degli ultimi anni mostrano un cambiamento significativo in Germania, dovuto principalmente all’ingresso di immigrati (mediamente giovani) che stanno modificando la struttura della popolazione.

Nel 2010 la Germania era il paese con la più alta incidenza della popolazione over 65 sul totale (20,7 per cento). L’Italia si collocava al secondo posto con il 20,4 per cento. Nel 2018, il (triste) primato spetta al nostro paese (22,6 per cento), mentre la Germania è scesa al quinto posto, preceduta da Grecia, Portogallo e Finlandia.

A incidere in maniera significativa sul trend è stata soprattutto la natalità. Per l’Italia, il tasso di fecondità totale (Tft) si attestava fino al 2003 al di sotto di 1,3 figli per donna, per poi salire progressivamente fino all’1,46 del 2010. È aumentato sia il Tft delle donne italiane che di quelle straniere, ma è innegabile l’elevato contributo della componente straniera. Le donne straniere in età fertile in questo periodo sono più che raddoppiate arrivando a 1,3 milioni, mentre le italiane sono scese di oltre 700 mila unità. Di conseguenza, i nati da donne straniere hanno avuto un incremento di quasi 53 mila nati, mentre quelli delle donne italiane sono diminuiti di 34 mila unità. Dal 2011, però, diminuiscono sia il Tft delle italiane che quello delle straniere, arrivando nel 2017 a toccare quota 1,32 figli per donna.

La Germania invece ha registrato un percorso opposto, con un aumento progressivo dal 2006. Se in quell’anno il Tft tedesco era più basso di quello italiano, nel 2013 si è registrato il sorpasso, con un valore sopra quota 1,5 nel 2015 e addirittura dell’1,6 nel 2016.

Il massiccio flusso di migrazione è stata sicuramente una delle cause della crescita.

Figura 1 – Tasso di fecondità totale (numero medio figli per donna), serie storica

Fonte: elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Eurostat

Questione di scelte

Dal 2014 al 2018 la popolazione straniera in Italia è aumentata di 200 mila unità, passando dall’8,1 all’8,5 per cento della popolazione; in Germania è cresciuta di 2,6 milioni: dall’8,7 all’11,7 per cento della popolazione.

L’aumento deriva da due fenomeni paralleli: da un lato, l’accoglienza dei profughi (i siriani sono aumentati di 600 mila unità, gli afghani di 150 mila, gli iracheni di 125 mila); dall’altro lato, l’ingresso di cittadini dei paesi Ue, soprattutto dell’Est Europa (Romania +320 mila, Polonia +180 mila, Bulgaria +140 mila). La comunità più numerosa rimane quella turca (14 per cento del totale stranieri), nonostante un calo di 65mila unità negli ultimi quattro anni.

I due aspetti vanno analizzati separatamente. L’aumento dei cittadini comunitari evidenzia l’attrattività del sistema tedesco (non solo dal punto di vista economico): in un regime di libera circolazione, la scelta di un paese è sinonimo di opportunità di inclusione sociale ed economica. Il fatto che la migrazione comunitaria sia cresciuta più in Germania che altrove (ad esempio in Italia) è un chiaro sintomo della capacità attrattiva del paese.

Per quanto riguarda invece gli arrivi da Siria, Afghanistan e Iraq, si tratta di una scelta politica ben precisa. Nell’agosto 2015, infatti, la cancelliera Angela Merkel annunciò l’apertura all’accoglienza, di fronte a un massiccio movimento di profughi che percorrevano a piedi la rotta balcanica. Si trattava di un annuncio senza precedenti, in deroga agli accordi di Dublino (ad accogliere le persone in fuga avrebbe infatti dovuto essere il paese Ue di primo approdo).

Se i profughi hanno poi avuto la possibilità di integrarsi nel sistema socio-economico tedesco – pur con alcune differenze a livello regionale – è grazie a un sistema di accoglienza e di inserimento molto efficace, agevolato da tassi di disoccupazione molto bassi.

Tabella 1 – Popolazione residente in Germania per paese di cittadinanza (2018)

Fonte: elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Eurostat

Gli effetti delle politiche migratorie

La scelta della Germania ha sicuramente un impatto sulla sua struttura demografica: l’ingresso di popolazione giovane (e di intere famiglie) ha contribuito a innalzare la natalità e a riequilibrare l’incidenza della popolazione anziana.

Tuttavia, sono almeno tre le sfide che la decisione pone per il sistema tedesco.

La prima è prettamente politica: in molte aree del paese crescono i movimenti di estrema destra sovranista (su tutti Alternative für Deutschland – Afd, terza forza alle elezioni federali del 2017 e quarta alle Europee del 2019), che inesorabilmente sfrutteranno le paure della popolazione a fini elettorali. Al contrario, le forze di governo dovranno continuare a spiegare all’elettorato le ragioni di queste politiche migratorie.

La seconda riguarda le differenze interne tra le diverse aree del paese. Sebbene siano passati 30 anni dal crollo del Muro, la Germania risente ancora dei 40 di divisione. Le regioni dell’Est registrano tuttora tassi di occupazione inferiori a quelli dell’Ovest e, nonostante siano le aree con meno immigrati, sono quelle in cui i movimenti xenofobi hanno avuto maggior successo.

La terza (e più grande) sfida negli anni a venire è capire se il modello sia sostenibile anche in un contesto economico meno positivo. Nel 2019 il Pil tedesco è cresciuto appena dello 0,6 per cento, record negativo degli ultimi sei anni. Riuscirà il sistema tedesco a mantenere standard di accoglienza e integrazione molto alti anche in un contesto di minor crescita?

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