Bugo non è quello che vedete spesso, nelle ultime settimane, da Mara Venier, sorridente e ben vestito e pettinato. O meglio, è anche quello. Ma è molto altro. La verità è che Bugo è un alieno. Lo è da sempre. Lo è quando parla, lo è in un’intervista, lo è al bar, lo è sul palco di Sanremo e su quello di un concerto. È un alieno perché è sempre schietto, spiazzante, racconta senza reticenze dei suoi miti adolescenziali come ‘Jovanotti For President’, della sala prove di Cerano, provincia di Novara, profondo nord-ovest incastrato tra Milano e il Ticino, paesino della sua infanzia e fino ai vent’anni. Era un alieno nella provincia padana fatta di nebbie, risaie, inverni umidi ed estati luminose e lunghissime. È un alieno nel sistema discografico del 2020. Uno che è partito con l’estetica del lo-fi, lo sguardo all’alternative americano e il DNA della scrittura italiana, melodica, limpida, pop. Un cortocircuito vivente in un uomo di 47 anni, alto, dinoccolato, consapevole eppure sempre naïf, sempre scaltro, eppure sempre pronto a mettersi in discussione. Grande protagonista dell’ultimo Sanremo, più che per il clamore mediatico della sceneggiata in cui si è trovato coinvolto insieme a quella scheggia impazzita dai Morgan, Bugo si gode il lato positivo della storia: il “casino con Morgan” ha messo sotto i riflettori la sua ‘Sincero’ (uno dei migliori brani del Festival) e il pezzo sta volando: è in radio, è in classifica, e sta dando benzina all’album ‘Cristian Bugatti’, che già dal titolo è una sorte di reset stilistico. In questa lunga chiacchierata, Bugo ci ha raccontato molte cose interessanti. Soprattutto ora che da Sanremo è passato un po’ di tempo e si può ragionare con la dovuta serenità.

Come stai?
Sto bene. Comincio a star bene, è passato un po’ di tempo e penso alla musica.

‘Sincero’ sta girando molto e il tuo album sta andando bene. Sentivi di avere un disco forte?
Io do sempre il massimo, ‘Cristian Bugatti’ è un disco che ho pensato per un anno e mezzo e poi con la notizia che avrei fatto Sanremo la posta era già alta. Così ho messo insieme una squadra forte e abbiamo lavorato sodo per avere in mano un grande album. Poi l’evento scatenante, la faccenda del litigio con Morgan, mi ha fatto diventare il personaggio del momento e ha portato a un aumento delle vendite, ne siamo contenti, per carità. Ma la verità è che il singolo continua ad andare bene perché è forte, cammina con le sue gambe. Lo manda Radio Deejay, lo mandano RTL 102.5, Radio Italia… il disco è stato al numero uno la scorsa settimana. Il video ha buone views. Sono contento.

Molti tuoi fan del prima ora, e molte persone che hanno un “percepito” di Bugo come l’artista underground, il padrino dell’indie in Italia, sono spiazzate dal fatto di vederti spesso in TV nei salotti di Rai Uno, in situazioni generaliste. Com’è essere in TV?
Ma guarda, io sono sempre quello lì, forse certi non hanno capito chi è Bugo. Il Bugo di adesso, cioè di “adesso” inteso come la persona maturata da qualche anno in qua, è uno che va in certe trasmissioni perché ha una sua fama. Mi trovo nella fortunata posizione di poter scegliere, di poter dire di no a certe ospitate ed è bello. Ho detto di no a Vespa, per dire. La parola “underground” va eliminata dal mio vocabolario, uno che firma con una major come Universal nel 2002 non può e non vuole essere underground. E soprattutto non voglio essere catalogato. Sono diventato ultra nazional-popolare, sono spontaneo, sorrido, mi piace. Sono a mio agio, è quello che volevo. Mi sto godendo questa notorietà e sai cosa? Non mi basta, ne voglio di più. È divertente.

D’altronde, senza ipocrisie di sorta, se si sceglie di fare un mestiere come il cantante, credo che si voglia piacere a più persone possibile, almeno nel 90% dei casi, no?
Ma certo. Non raccontiamoci balle. La fama è la conseguenza di qualcosa, non è il fine, ma è una bella sensazione. E noi artisti la cerchiamo, non facciamo finta di no. E non è per forza sinonimo di negatività. Guarda Vasco, guarda Jovanotti, per fare due esempi di popolarità enorme. Sono bravi, sono forti, sono molto più sinceri di tanti altri personaggi che non hanno quella fama gigantesca.

Vasco Rossi e Jovanotti. Hai fatto due nomi non casuali: negli ultimi anni sono due ispirazioni piuttosto esplicite nella tua musica, nel tuo modo di scrivere, anche nel mood. Loro e Celentano. È così?
Ma sì! ‘Me La Godo’ è un vero tributo a Vasco. È la mia ‘Vado Al Massimo’. Lui va al massimo, io me la godo. Chiaro no? Quando l’ho scritta mi sentivo Vasco, pensavo “io sono Vasco!!!” Anzi, guarda, il titolo dell’intervista è “Io sono Vasco Rossi”. Scrivilo! Questa cosa dell’ispirazione è vera, è un atto di amore verso artisti che sento come amici, sento vicini. Celentano, Jovanotti. Prima di diventare musicista Jovanotti era il mio mito, io sono diventato musicista nel 1990 quando i miei amici Guido Pellò e Cristian Dondi avevano un gruppo a Cerano, il paese dove siamo cresciuti, mi folgorò la musica. Ma ancora prima mi piaceva Jovanotti, proprio quello di ‘For President’ del 1988, avevo la bandana e tutto.

Eppure, quando hai iniziato a pubblicare i tuoi dischi, il sound che ti ha permesso di farti notare è molto distante da lì, dalla musica italiana dei tempi.
All’inizio i miei riferimenti erano Beck, i Beastie Boys, i Nirvana. Molta America, anche nel tipo di produzione che cercavo. E anche nella scrittura. Poi sono diventato sempre meno anglofono ma è stata una cosa molto naturale. I riferimenti italiani erano così dentro di me che sono emersi in modo diretto. In ‘Piede Sulla Merda’, nel mio album del 2002 ‘Dal Lofai Al Cisei’, dico “bollicine nelle bevande” ed è Vasco, dai. Quasi una citazione.

Hai parlato di produzione. Hai sempre avuto una particolare cura nella scelta dei produttori dei tuoi dischi, ne hai cambiati parecchi. Come li scegli e come ci lavori?
Ne ho cambiati tanti perché ogni disco vuole il suo suono e le sue caratteristiche precise, ho lavorato con Stefano Fontana, Giorgio Canali, Matteo Cantaluppi, molti altri… Quando scelgo un produttore ho già un’idea di come voglio il disco, me lo disegno nella mente. Mi immagino come Enzo Ferrari che ha in testa la macchina e poi si fa aiutare dagli specialisti per realizzarla. Nel 2018 ho contattato Simone Bertolotti e Andrea Bonomo e siamo partiti come un treno, la visione era talmente chiara che in un anno e mezzo abbiamo tirato fuori molte canzoni, tante le abbiamo scartate e le nove che sentite sono la mia idea esatta di ciò che volevo per ‘Cristian Bugatti’.

Sembri molto sicuro di te e le cose vanno a gonfie vele. Però qualche anno fa c’è stato un momento in cui sei quasi sparito, avevi dichiarato una pausa e non ti sei fatto sentire per un po’. Avevi in testa l’idea di fermarti?
Non del tutto. È stata una scelta consapevole: dopo ‘Contatti’, disco del 2008 che era andato davvero molto bene, volevo un album proprio diverso, e volevo far uscire un lato di Bugo inedito, mi piace sorprendere, è una delle mie caratteristiche. Ma poi c’è voluta una pausa perché mi sono reso conto che il pubblico non era pronto a uno scarto così, il disco era ‘Nuovi Rimedi Per La Miopia’ e non ha funzionato per quel motivo, era un Bugo troppo distante da ‘Contatti’. E lì la reazione così netta del mio pubblico mi ha spiazzato e ho deciso di rallentare. Mi serviva.

Cosa non ha funzionato?
Era troppo presto ed ero troppo nuovo rispetto a come mi conosceva il pubblico, ma anche il settore. ’Comunque Io Voglio Te’ oggi è tra le canzoni più amate del mio repertorio, ai tempi invece venne snobbata. Le radio la passavano, sì, ma poco, solo Deejay e poche altre.

Ci si fa delle domande in quei momenti? Dubbi?
Sempre, a ogni disco, anche vent’anni fa, però mi circondo di persone che cerchino di razionalizzare e di farmi restare con i piedi per terra.

Il paradosso è che quel tipo di scrittura e di suono, così pop, avrebbe sbancato solo qualche anno dopo. Hai anticipato i tempi, erano davvero acerbi, forse.
Sì, se pensi all’indie che si è trasformato in itpop in pochi anni… Tommaso Paradiso, Calcutta, hanno spaccato solo poco tempo dopo con quel suono.

Calcutta e Paradiso. Li hai nominati. Per un po’ li hai attaccati, ne parlavi sui social in modo non proprio lusinghiero…
La cosa ironica è che poi uscivo a bere con Tommaso; era un periodo di strategia social così, brutale, un po’ contro. Paradiso, Calcutta, anche Gazzelle. Ma è durato poco, perché poi tra artisti ci si chiarisce in fretta, e alla fine tutti ci siamo allineati. Gazzelle ha detto “io sto con Bugo” al suo concerto a Roma, di recente, dopo i casini di Sanremo, e la gente applaudiva. È stato un signore. Io non voglio che il pubblico sia permaloso, voglio che colga le battutine, le faccio per smuovere le acque. Sparo la bomba? Chi se ne frega! Se non lo faccio io, chi deve farlo? Però ci tengo a dire che questa cosa che ho fatto non è mai stata un dissing, è distante dalla mentalità dei rapper, era un modo come un altro per riflettere. Questo mondo a volte è troppo accomodante, non serve darci le pacche sulle spalle, serve invece discutere.

A proposito di rap: è un mondo che ti piace?
Qualcuno mi piace: Ketama, Massimo Pericolo mi affascina, Madame e Tredici Pietro sono forti. Altri mi fanno ridere e mi viene da sfotterli, ma sempre per ridere, eh.

A bocce ferme: il casino di Sanremo è stato un colpo di culo?
Non è stato un colpo di culo. La mossa vincente è stata la mia uscita dal palco, non la pagliacciata di Morgan che ha creato un momento critico inutilmente. Ed è stato proprio un mio gesto dettato dall’istinto, non c’era nulla di preparato a tavolino come qualcuno ha insinuato, figuriamoci. La cosa ridicola è che Morgan dice di avermi creato. Dovrebbe vergognarsi e nascondersi. Morgan lo reputavo intelligente, un amico, e sa benissimo che l’ho invitato io al festival e lui ha cantato la mia canzone, l’ho scritta io ed era già pronta. Lui è venuto sulla mia barca, la carnevalata l’ha fatta lui. Il suo modo di comportarsi dovrebbe raccontare già tutto della sua serietà. Io rifarei tutto, non rinnego nulla, non mi sono comportato male. Poi tutto questo ha fatto parlare di me, ma non è stato un colpo di culo, ripeto, è una mossa che ho fatto io.

Morgan l’hai più sentito?
No. E non voglio sentirlo.

Hai parlato di Cerano, il paese dove sei cresciuto, e a volte compare anche nel tuo libro ‘La Festa Del Nulla’ e sui tuoi social. Qual è il tuo rapporto con Cerano?
Il mio rapporto è che io a Cerano non ci vengo quasi mai, se non per incontrare un paio di amici. Rappresenta un periodo bellissimo per me, il capo di calcio, la squadra di basket, il bar, la prima sala prove. Ma ti faccio io una domanda, visto che a Cerano ci abiti: in paese cosa dicono di tutto il casino?

Il paese è schieratissimo, tutti team Bugo, figurati. Adesso c’è anche l’orgoglio e l’affetto di vedere il compaesano in TV… ma poi si ricordano ancora i primi gruppi, il mio amico Mino racconta sempre delle mitiche feste in fonderia!
Ahahah! Grande! Che poi ne avevo fatta una sola, di festa. Però era stata tosta, memorabile. Avevo vent’anni, poco più. Che ricordi!

Chiudiamo con la domanda classica: sarai presto in tour, qualche data è stata spostata per il virus ma pare stia andando bene, no?
Siamo contenti, al di là delle date posticipate per l’emergenza sanitaria, certi concerti come a Milano li abbiamo spostati in posti più grandi, è una bella storia. Lì, dal vivo, parte il progetto Bugo, lì la macchina che dicevamo prima va finalmente in pista.

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