L’affermazione che occorre transitare quanto prima all’energia verde per fermare il cambiamento climatico è un mantra che oramai accomuna tutti i governi (meno forse quello americano e vedremo il possibile perché) nonché i seguaci di Greta e i verdi in generale. I primi se la prendono con calma, i seguaci di Greta & C. vorrebbero tutto e subito. Perché l’energia verde è un bene assoluto. Così come la mobilità elettrica. Così come la smaterializzazione della nostra società, a cui sicuramente non riusciremmo più a rinunciare.

Ma c’è un “però”, c’è una congiunzione avversativa che si oppone in qualche modo alle energie verdi e alla smaterializzazione completa della nostra società. Il “però” è relativo al fatto che noi siamo, molto banalmente, legati a delle cose: per captare l’energia solare dobbiamo costruire dei pannelli; per l’energia eolica delle pale; per connetterci abbiamo bisogno dei pc o degli smartphone; per le auto elettriche di batterie ad hoc, e le cose sono fatte, noi le facciamo, con delle materie prime che estraiamo dalla Terra. E queste, come tutto in questo mondo, sono risorse finite. E soprattutto non sono neutre.

È su questo che vuole farci ragionare La guerra dei metalli rari, in cui Guillaume Pitron, giornalista francese che al libro ha dedicato anni di indagine, ci prende per mano e ci accompagna nel mondo dei metalli che caratterizzano la nuova era della transizione ecologica e digitale.

Il risultato è ben diverso da quel mondo fantastico (anche nel senso che esiste solo nella fantasia) di Greta & C. Non è un sogno, anzi, diciamolo, assomiglia molto di più ad un incubo.

Iniziamo col dire che per la transizione sono necessari anche metalli rari, che infatti sono anche denominati oggi metalli tecnologici o metalli strategici, una famiglia all’interno della quale ci sono altresì le cosiddette “terre rare”. I metalli rari non sono poi così rari, perché sono presenti più o meno dappertutto nel mondo. Il fatto è che essi non si trovano in alte concentrazioni nelle rocce, e sono difficili da separare.

Questo comporta che per l’estrazione si devono gettare letteralmente via immense quantità di roccia (ne servono 200 tonnellate per ricavare un chilo di lutezio; 50 tonnellate per un chilogrammo di gallio; 16 tonnellate per un chilogrammo di cerio; 8 tonnellate per un chilo di vanadio), e per purificarli si crea una grande massa di ulteriori rifiuti e di inquinamento: secondo l’Associazione cinese delle Terre Rare, per ogni tonnellata di metalli rari estratti, vengono scartati tra i 9.600 e i 12.000 metri cubi di rifiuti sotto forma di gas, a loro volta contenenti polveri concentrate, acido fluoridrico, anidride solforosa e acido solforico. Inoltre si producono circa 75 metri cubi di acque reflue acide e una tonnellata di rifiuti radioattivi.

Un procedimento lungo, costoso, e produttore appunto di rifiuti e di inquinamento. Certo, quando guardiamo il nostro cellulare o vediamo un pannello solare o una silenziosa auto elettrica riesce difficile immaginarlo, non è vero?

Ma se per estrarre metalli rari il processo è complessivamente molto costoso, come mai i prodotti finali costano relativamente poco? La risposta è semplice: Cina. In Cina ci sono le maggiori concentrazioni di metalli rari e i costi di estrazione sono relativamente bassi, mentre alti sono i costi sull’ambiente e la salute dei cittadini. Il risultato è che “grazie” all’estrazione dei metalli rari la Cina si ritrova in questi decenni molto più inquinata di prima. Sarà per questo che a Baoutou, nella Mongolia cinese, la più importante zona di produzione del pianeta di terre rare, non ti puoi avvicinare perché il sito è presidiato da vigilantes? Sarà per questo che nella popolazione che vive nelle vicinanze della miniera le persone muoiono più facilmente di cancro e la popolazione è invitata dal governo a “delocalizzarsi”?

Non è invece un caso che sia in Francia sia negli Stati Uniti si sia abbandonata l’industria legata alla loro lavorazione. E non è forse un caso, aggiungo, che negli Usa Trump persegua la politica del petrolio e del carbone, posto che la transizione lo obbligherebbe a legarsi mani e predi al gigante asiatico.

La soluzione potrebbe essere il riciclo dei metalli rari? In Giappone ci stanno pensando, ma per il momento non se ne fa quasi nulla, perché l’operazione è improba (spesso i metalli rari entrano a far parte di leghe) e molto costosa.

Quale la soluzione, allora, se si vuole davvero proseguire (come appare inevitabile) nell’abbandono dei fossili e nella transizione digitale? Certo, le ricerche nei mari o addirittura nello spazio. L’autore del libro, molto saggiamente e più banalmente suggerisce: dato che i metalli rari sono ubicati un po’ dappertutto, ogni nazione si prenda la responsabilità di estrarli e lavorarli in proprio, e in particolare egli pensa proprio alla Francia, dove la lavorazione già c’era. Così si smetterà di delegare a paesi terzi costi e rischi. Si abbia il coraggio di aprire miniere sul proprio suolo. Vogliamo un futuro green? Assumiamoci la responsabilità del bello e del brutto che il green comporta.

Della serie: niente è gratuito a questo mondo per noi umani.

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