Il potere politico ai tempi del coronavirus riscopre necessariamente la virtù della decisionalità, ma speriamo che questo non aiuti le lobby più potenti a far passare meglio sottobanco i propri interessi. Il Fatto Quotidiano in questi giorni ha già molto bene illuminato gli aspetti più inquietanti di un’eventuale riconferma degli attuali vertici dell’Eni e non ci sarebbe da aggiungere altro.

Se non fosse che siamo nel pieno di un’emergenza ecologica mondiale che spinge addirittura gli scienziati francesi a firmare in migliaia un appello alla popolazione perché si rivolti contro l’inazione pubblica in materia di salvaguardia del pianeta, unendosi in gruppi di pressione e aderendo ai movimenti più radicali come Attac, Rebel, Greenpeace e così via.

Ora, le ultime classifiche delle aziende che producono più emissioni al mondo riportano una teoria di trust petroliferi, dall’Aramco saudita alle vecchie Sette sorelle. Ovviamente, anche la nostra Eni tiene sempre alta la bandiera eco-nera italiana, senza nemmeno che Enrico Mattei si possa rivoltare nella tomba… E, poi, la fiammata rossa del cane a sei zampe s’è vista bene nel Delta del Niger oltre che nei nostri stessi mari, dove si trovano 25 solo tra relitti industriali di piattaforme e trivelle (per non dire di quelli operativi).

Paradossalmente, per segnalare l’urgenza di una vera svolta ambientalista del nostro ente nazionale degli idrocarburi, basterebbe guardare alla fuffa da greenwashing che Eni ha sparso nelle ultime stagioni sui mass-media, soprattutto attraverso la pubblicità, con il primo effetto di condizionare tutto. Ed è solo la punta dell’iceberg comunicazione, la pubblicità. Secondo una ricerca firmata da Greenpeace Eu, Corporate Europe Observatory, Food & Water Europe, Friends of the Earth Europe, dal 2010 a oggi le cinque più grandi compagnie che operano nel settore di petrolio e gas – Bp, Chevron, ExxonMobil, Shell e Total – hanno speso almeno 251 milioni di euro solo per fare pressione sull’Unione europea.

Durante la presidenza Juncker le associazioni che rappresentano le multinazionali legate ai combustibili fossili hanno partecipato ufficialmente a 327 riunioni di alto livello con i massimi funzionari della Commissione, ovvero l’equivalente di una riunione a settimana. Tutto per ritardare, indebolire e sabotare l’azione Ue sull’emergenza climatica, e garantirsi al tempo stesso redditizi sussidi.

Mancando dati precisi sul lobbismo della nostra Eni, restiamo al tema chiave del mascheramento al verde in era Descalzi. La più recente e massiccia campagna istituzionale ha scelto un tono modaiolo-graphic novel, con un fumetto che ritrae la caratura sostenibile anche dei dipendenti. “Insieme per un’altra energia” è il claim, cui seguono: Eni+Luca, che ricicla la plastica per darle nuova vita; Eni+Silvia, che a casa è sempre attenta a non sprecare l’acqua; Eni+Giulia, che ha scelto di non usare l’auto in città ma la bici…

Già, quel che conta è far finta di essere green: in una grande intervista sul Sole 24 ore, intitolata addirittura I rifiuti sono il petrolio del futuro, lo stesso Descalzi proponeva questa sintesi finale, dopo aver discettato di biocarburanti, supercomputer e altri blabla: “I nostri obiettivi sono sostenibilità climatica, riduzione delle emissioni, energie rinnovabili, economia circolare”.

E’ vero che dai tempi del formidabile slogan “Il metano è natura”, targato Snam, 1996, Eni primeggia nel ramo greenwashing, e infatti incassò la prima condanna dell’Antitrust per pubblicità eco-ingannevole. Ma ora, con tutto questo can-can di ‘Eni+…’, si è arrivati oltre ogni limite. Tanto vale che il governo, se non ha il coraggio di imprimere una svolta, imponga almeno un coerente cambio di nome: Ente nazionale ipocrisia.

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