L’Egitto è un Paese sicuro? A questa domanda, di fronte alla commissione d’inchiesta parlamentare sull’uccisione di Giulio Regeni, Elisabetta Belloni, segretaria generale del Ministero degli Esteri dall’aprile 2016, pochi mesi dopo la morte del ricercatore di Fiumicello, ha risposto: “Dipende. Io vado in Egitto come funzionario, diverso è se si vanno a fare certe attività di ricerca e ‘invasive’ rispetto a un ordinamento diverso dal nostro”. Se l’Egitto è sicuro o no dipende da “chi si reca in Egitto e che tipo di attività intende svolgere”.

Parole, quelle di Belloni, che suggeriscono un’interpretazione secondo cui recarsi nel Paese nordafricano per svolgere attività di ricerca accademica, come fatto dal giovane friulano, può esporre un cittadino italiano ed europeo ad arresti arbitrari da parte dei servizi di sicurezza. Alla domanda sul perché l’Italia non abbia deciso di dichiarare l’Egitto ‘Paese non sicuro’, la funzionaria ha risposto: “Gli avvisi sono coordinati tra Paesi Ue. La nostra indicazione è analoga ai principali partner europei, noi abbiamo un’aggiunta sul caso Regeni. Dichiarare un Paese non sicuro ha conseguenze ben maggiori. Non c’è una norma che lo stabilisca, è nella discrezionalità politica indicarlo”.

I membri della commissione le hanno anche chiesto per quale motivo si decise di inviare, dopo più di un anno, il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini al Cairo, nonostante Belloni stessa abbia affermato che “dopo il caso Regeni è venuta meno la fiducia dell’Italia nei confronti di questo Paese. Una fiducia che all’inizio ci induceva a ritenere che fosse possibile agire rapidamente, ci aspettavamo una collaborazione fattiva“: “Se si interrompe dialogo è più difficile andare avanti”, ha dichiarato. È vero che sono stati fatti “progressi durante il periodo in cui l’ambasciatore era assente”, ma “è anche vero che c’è stato un dialogo tra procure e governo ed è altrettanto vero che Cantini è intervenuto in molte occasioni. Passi in avanti sono stati fatti“, anche se ancora “non sufficienti perché ancora siamo lontani dalla verità”. Sul perché del cambio al vertice dell’Ambasciata cairota, quando era stato l’ambasciatore Maurizio Massari, fino a quel momento, a tenere i rapporti con i vertici dell’esecutivo egiziano e a gestire il caso Regeni, la segretaria generale ha replicato che “Massari venne nominato a Bruxelles, sede che aveva chiesto, e dal nostro punto di vista è un premio ed implicito riconoscimento”.

Non desisteremo– tiene ad assicurare -, il nostro lavoro spesso si svolge in silenzio ma vi assicuro che non abbiamo mai smesso di porre la questione e la priorità anche nei rapporti con l’Egitto“. Con il caso che ha coinvolto Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna arrestato dai servizi di sicurezza il 7 febbraio all’aeroporto del Cairo, che “è un’altra fonte di enorme preoccupazione“. Un messaggio inviato ai genitori di Regeni che, pochi giorni fa, nel corso della presentazione del libro Giulio fa cose, a Genova, avevano duramente attaccato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sostenendo di aver riscontrato un suo “vergognoso” cambio di atteggiamento nei confronti del regime di Abdel Fattah al-Sisi rispetto al 2016, quando era all’opposizione.

La segretaria generale ha ribadito “l’impegno del ministero degli Esteri per contribuire al meglio alla ricerca della verità” e la “vicinanza ai genitori e agli amici di Giulio e comprensione per il loro dolore”. Belloni sostiene che “la qualità delle relazioni è profondamente cambiata dopo il caso Regeni”, un processo che lei ha vissuto in prima persona in tutte le sue fasi: “L’Egitto prima era un partner fondamentale dal punto di vista economico, con rapporti storici e costruiti nel corsi degli anni con investimenti. Dopo il caso Regeni è venuta meno la fiducia dell’Italia nei confronti di questo Paese”.

Parole che contrastano con gli ottimi rapporti commerciali che sono continuati tra i due Paesi sia in campo energetico che nella vendita di armamenti e sistemi di sorveglianza. E anche con le parole dello stesso Di Maio che, al termine di un bilaterale con il presidente egiziano, a fine agosto 2018, quando era vicepremier del governo M5s-Lega, riportò che “ha detto al-Sisi che Giulio Regeni è uno di noi, sostenendo che da parte del governo egiziano vi fosse piena collaborazione nella ricerca della verità.

Belloni ha invece sostenuto che è “venuta meno la collaborazione, il sostegno reciproco nella collaborazione, i rapporti economici, la capacità di dialogare per trovare azioni comuni in campo internazionale come sulla Libia” e che le relazioni non sono “più franche e dirette”. “Come Farnesina tutta e l’ambasciata al Cairo – ha aggiunto la segretaria generale – continueremo ad impegnarci. Noi non demorderemo affinché da parte delle autorità del Cairo sia chiarito ogni aspetto di questo barbaro assassinio. La domanda che mi ossessiona è il perché”.

Impegno e collaborazione che invece Roma non ha trovato in Inghilterra, non tanto nel governo, quanto da parte di Maha Abdelrahman, l’ex tutor che seguiva il progetto di ricerca di Regeni sui sindacati degli ambulanti egiziani: “Quando parliamo di ritrosia inglese” bisogna rilevare “da parte del governo una burocratica applicazione delle norme, ma ha collaborato”, ha dichiarato Belloni, ma “la professoressa non ha collaborato, ha mostrato ritrosia”. La segretaria generale ha aggiunto che “c’è stato un atteggiamento oggettivamente non collaborativo della tutor di Giulio, non è voluta intervenire direttamente con gli inquirenti italiani e si è anche rifiutata di interloquire con il nostro ambasciatore”.

L’impegno della Farnesina, ha poi concluso Belloni, dovrà concentrarsi anche sul tentativo di arrivare a una rapida liberazione di Zaki, vicenda che “è un’altra fonte di enorme preoccupazione e anche in questo caso mi domando perché, che cosa ha fatto per creare questa preoccupazione e soprattutto perché una reazione così forte da parte egiziana”. L’ambasciata italiana al Cairo, assicura, si è “subito attivata” per seguire il caso.

Alla segretaria generale, i membri della commissione hanno anche chiesto della trattativa in corso tra Fincantieri e il governo egiziano sulla vendita di navi da guerra. Un contratto da 9 miliardi di dollari, incentrato sulla fornitura di fregate Fremm, due date per sicure e altre quattro da confermare. “Mi risulta sia stata data autorizzazione alla trattativa. Quello che so è che non è una fase di contratto“, ha detto Belloni che, comunque, chiederà approfondimenti all’Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento). Riguardo al resto dell’export con l’Egitto, la rappresentante della Farnesina ha spiegato che “da gennaio a settembre 2019 è stato di 1,2 mld, cifra modesta e inferiore a quelle precedenti al caso Regeni”.

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