Addio Flavio Bucci. L’attore e doppiatore di origine molisano-pugliese è morto per un infarto a 72 anni nella casa famiglia di Fiumicino (Roma) dove si trovava da tempo in condizioni di indigenza. Bucci si era formato professionalmente al Teatro Stabile di Torino durante gli anni sessanta ed aveva esordito al cinema ne La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971) nella parte di un collega operaio di Lulù Massa (Volontè). Non ci vuole molto ad un genio come Petri nel farlo diventare protagonista solo due anni dopo nel 1973 ne La proprietà non è più un furto. Bucci è Total, impiegato di banca allergico al denaro, anticapitalista sui generis che si accanisce a perseguitare e derubare poco alla volta un macellaio (Ugo Tognazzi) per lui simbolo del capitalismo. Un gioco al massacro, commedia nerissima e altamente ideologica dove Bucci esaspera i tratti estetici grotteschi del film attraverso un’espressività intensa e totalizzante da attore finissimo. Caustico, potente, febbrile con quegli occhi dalle pupille enormi e saettanti Bucci è interprete eclettico e di razza, anche se nonostante il successo del film di Petri accetta parti minori, come ne L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo (‘75) o in Suspiria di Dario Argento (‘77) dove interpreta Daniel, il pianista cieco dell’accademia degli orrori al centro del film.

Sempre nello stesso anno interpreta il pittore Ligabue nella memorabile serie tv di successo diretta da Salvatore Nocita. L’interpretazione di Bucci è di un realismo esasperato, incentrata tutta sulla follia espressiva e sulla gestualità a scatti del pittore naif che ritorna nella Bassa emiliana dopo aver passato gli anni della giovinezza in Svizzera. Seguiranno per l’attore ruoli ben marcati sia ne Il marchese del grillo di Monicelli (‘81), nel Tex di Tessari (‘85) dove è il capo indiano Kanas, Secondo Ponzio Pilato (‘87) dove interpreta Erode, come in commedie ancora agrodolci e ruvidissime (Com’è dura l’avventura, 1987). Gli anni novanta lo vedono primeggiare in ruoli di contorno in cui non si risparmia in eclettismo, intensità e perfino trasformazione fisica: e il papà alla gauche caviar di una compagna di classe della protagonista in Caterina va in città di Paolo Virzi; ma soprattutto Franco Evangelisti nella “gang” Andreotti de Il Divo di Paolo Sorrentino.

Bucci deve però molto ad un’altra attività per la quale il cinema italiano ha primeggiato per decenni: il doppiaggio. Con quella robusta, nasale è un po’ roca voce da consumato teatrante Bucci è stato la voce di Tom Wopat, il cugino Luke Duke nella serie cult di Hazzard. Poi ancora il Potsie di Happy days, ma soprattutto ha dato la voce italiana John Travolta de La febbre del sabato sera e in Grease. Nei suoi occhi, come nella sua voce, si è però sempre intuita una impercettibile dolente venatura autodistruttiva, quasi folle. Di lui, infatti, negli anni Duemila si erano perse un po’ le tracce. Fu il Corriere della Sera a rintracciarlo solitario e senza più un soldo, ospite di una casa famiglia a Fiumicino. “In teatro guadagnavo anche due milioni al giorno – aveva confessato Bucci – Per fortuna ho speso tutto in donne, manco tanto, che me la davano gratis, vodka e cocaina. Scarpe e cravatte che non mettevo mai. Mi sparavo cinque grammi di coca al giorno, solo di polvere avrò bruciato 7 miliardi. L’alcol mi ha distrutto? Mah, ha mai provato a ubriacarsi? È bellissimo”. Potremo rivedere Flavio Bucci nell’ultimo cameo, due-tre pose, a mezzo busto, vis a vis con Giuseppe Battiston e Stefano Fresi, inconfondibile, autentico, ne Il grande passo a fine marzo al cinema.

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