Berlusconi e Alfano hanno fatto delle infamità alla legge 41 bis, i politici non capiscono niente, sono i giornalisti che decidono cosa fare sul carcere duro“. Prima di parlare in aula, prima di lanciare messaggi e segnali, prima di sostenere in diretta di essere stato in affari con Silvio Berlusconi, Giuseppe Graviano dimostrava di provare risentimento per l’ex presidente del Consiglio e per quello che è stato il suo ministro della giustizia. Un risentimento che non emerge solo dalle intercettazioni ordinate in carcere dalla procura di Palermo, quando il boss confida al compagno d’ora d’aria la sua ira per un tale “Berlusca” che lo avrebbe tradito. No, Graviano esterna la sua rabbia anche durante un colloquio telefonico con i suoi familiari. È il 10 dicembre del 2018 e il boss delle stragi parla con i familiari dal carcere di Terni. Discute con sua moglie, Rosalia Galdi, sua sorella Nunzia, suo figlio Michele, il ragazzino concepito in modo misterioso quando Graviano era già detenuto in regime di 41 bis.

Il colloquio con la famiglia – Il colloquio dura due ore: i Graviano parlano dell’università del giovane Michele, di un soggiorno a Roma e di uno a Berlino. Il padrino parla persino di un libro che vorrebbe scrivere con Fiammetta Borsellino, che in quei giorni è andato a incontrarlo in carcere. Poi parla di un altro libro che gli hanno chiesto di scrivere, per il quale vorrebbe usare lo pseudonimo “Madre natura“, il soprannome che gli avevano dato i suoi uomini in segno di deferenza, ma nè la moglie e nemmeno la sorella sono d’accordo: un eventuale libro del padrino di Brancaccio “non porterà niente di buono“, dicono le donne dei Graviano. A un certo punto, però, il boss cambia argomento. E dice alla famiglia che “Berlusconi e Alfano hanno fatto delle infamità alla legge 41 bis e che i politici non capiscono niente e sono i giornalisti che decidono cosa fare sul carcere duro”. Le parole del boss di Brancaccio sono contenute in una relazione di servizio inviata dalla polizia penitenziaria alla procura nazionale Antimafia, e a quelle di Firenze, Caltanissetta, Palermo e Reggio Calabria.

“Berlusconi ha tradito Dell’Utri” – Ed è proprio la procura calabrese che ha depositato quella relazione al processo ‘Ndrangheta stragista, dove Graviano è imputato per l’omicidio di due carabinieri. È lo stesso procedimento in cui il boss di Brancaccio ha deciso di rispondere alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Da tre udienze sostiene l’esistenza di cospicui finanziamenti – “venti miliardi di lire negli anni ’70” – investiti da suo nonno materno a Milano, tramite Berlusconi. L’ex presidente del consiglio e il boss delle stragi si sarebbero incontrati tre volte, e in un’occasione avrebbero cenato insieme in un’appartamento di Milano 3. Affermazioni al momento indimostrabili per le quali Niccolò Ghedini, legale dell’ex premier, ha già annunciato querele. Nell’ultima udienza, tra l’altro, Graviano ha detto anche altro. Ha detto che “Berlusconi ha tradito anche Dell’Utri, ha danneggiato anche il signor Dell’Utri“. Cosa vuol dire? Quando e perché il leader di Forza Italia avrebbe tradito il suo storico braccio destro? “Ha fatto leggi che hanno danneggiato anche lui e tutti i detenuti al 41 bis. Per non fare uscire noi dal carcere, ha iniziato a fare leggi. E pure Dell’Utri è stato condannato”, sostiene Graviano. Una ricostruzione confusa e poco credibile quella del boss di Cosa nostra, visto che l’ex senatore di Forza Italia non è mai stato detenuto in regime di 41 bis: ha fatto quattro anni in galera, uno e mezzo ai domiciliari e da dicembre è libero.

“Non ho fatto patti e trattative” – Già prima di decidere di parlare in aula al processo calabrese, però, Graviano dimostrava il suo astio nei confronti di Berlusconi e Alfano. Un risentimento che il boss di Brancaccio definisce ai familiari con una frase: “Hanno fatto infamità sul 41 bis“. Fare “infamità“, da “infame“, in palermitano vuol dire siglare dei patti e poi non rispettarli. È questo che intende dire Graviano? Si aspettava un trattamento carcerario più morbido? Incalzato dal pm il boss smentisce quello che sa essere un passaggio cruciale dell’ipotesi accusatoria: “Con Berlusconi io solo ho rapporti economici“, ha sostenuto più volte una settimana fa, specificando i “patti” tra lui è l’ex premier fossero solo di natura finanziaria. “Berlusconi doveva mantenere gli impegni presi e i patti vanno rispettati. Doveva rispettare un accordo che riguardava alcuni investimenti fatti con mio nonno“, ha detto in aula. Sostenendo, quindi, di non aver “fatto né trattative né patti. Ho avanzato le mie lamentele per il carcere nei confronti di tutti i politici”. Il pm lo ha incalzato: “Veramente nelle intercettazioni lei si lamenta solo di alcuni politici, non di tutti…“.

“Sono rimasto io solo che sono a conoscenza di questa situazione”- A quel punto Graviano ha spiegato che tra la fine del ’99 e l’inizio del 2000 “alcuni politici più garantisti, a loro dire“, “invece di mantenere gli impegni presi con mio nonno hanno fatto leggi ingiuste, vergognose. Tanto è vero che l’Italia non fa altro che prendere sempre multe dalla Corte europea per i diritti dell’uomo. Tutto questo perché? Per non farmi uscire dal carcere perché sono rimasto io solo che sono a conoscenza di questa situazione perché mio cugino è morto“. Insomma: il cruccio del boss è sempre l’atteggiamento della politica nei confronti dei condannati all’ergastolo e al carcere duro. E infatti racconta che a un certo punto ha nutrito fiducia per “il percorso del centrosinistra, con il signor Prodi e con l’avvocato Pisapia nella commissione. Questi soggetti politici che erano più garantista“. Il riferimento è per la commissione guidata da Giuliano Pisapia che nel 2007 propose al governo Prodi di abolire l’ergastolo. Poi però l’esecutiovo cadde, perché, sostiene Graviano, “ci fu la compravendita di senatori, ed è salito il governo Berlusconi”. Lo stesso governo che avrebbe fatto “infamità” sul 41 bis.

Twitter: @luciomusolino e @pipitone87

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