Tra le grandi navi da crociera bloccate in seguito al coronavirus – se ne parla tanto anche in Italia, per via dei nostri connazionali fermati sulla Diamond Princess al largo di Yokohama – dovrebbe riprendere liberamente la via del mare da Hong Kong un colosso da 151mila tonnellate, dal nome evocativo, “World Dream”. Sogno del mondo, appunto, per una nave-monstre che da due anni offre ai cinesi crociere brevi nel vicino Oriente, Filippine e Vietnam, nonché weekend nello stesso Pearl River Delta, la baia che va da Hong Kong a Macao, dove il regime comunista-capitalista del Presidente Xi ha costruito la mega-city dei record.

Parliamo di un’area che movimenta più di un quarto delle esportazioni cinesi, 56mila km quadrati (appena l’1% del territorio della Repubblica Popolare), abitati da una sessantina di milioni di persone (ovvero poco più del 4% del miliardo 367 milioni e 820 mila persone censite nel 2015).

E la nave va, forse, ma il Sogno del mondo sembra quasi cancellato dall’allarme per il 2019-nCoV. Il mercato delle crociere, punta di diamante del turismo anni Dieci, aveva già battuto ogni record lo scorso anno e per il 2020 gli operatori delle Cruise Line prevedevano 32 milioni di passeggeri, su 278 città oceaniche galleggianti, tra cui 19 in via di varo. Ma nel nostro mondo ricco e maturo i cambiamenti viaggiano velocissimi, se non all’istante: e per molti osservatori il coronavirus potrebbe segnare il compimento della globalizzazione.

Nel sistema finora dominante il turismo di massa – che si potrebbe chiamare direttamente “distrut-turismo”, per l’impatto ecologico e sociale negativo – era lo straordinario volano di affari e di ideologia, in grado di offrire a tantissime persone l’esperienza diretta del movimento delle merci, coinvolgendo cioè tutti noi in prima persona nel consumo di un pianeta ormai dominato dal pensiero unico ordoliberista e dal dio-mercato.

Le navi da crociera, in fondo, sono un simbolo arrogante delle diseguaglianze, sono l’altra faccia delle carrette del mare con i profughi della miseria che inseguono – loro sì – il Sogno del mondo. Ma sono anche il paio dei 237 milioni di container di merci che ogni anno avvolgono i mari, stipati dentro alle 93mila navi commerciali operative.

Difficile pensare che tutto resterà come prima: è bastato un nuovo virus per mostrare la fragilità estrema di questo nostro mondo post-globalizzazione e la navi con i croceristi bloccati dentro introducono platealmente al tema del livellamento socio-economico dinanzi al destino. Gli effetti a lungo termine di una possibile epidemia di nCoV, che segna uno stop imprevisto al nostro mito del turista-per-sempre, sono ancora tutti da immaginare. Qualche spunto di riflessione può venire magari dopo un salto molto indietro nel tempo.

In proposito, quasi per spirito di contraddizione, verrebbe voglia di suggerire un’altra bella gita turistica vecchia maniera, sotto le poderose cime delle Dolomiti di Brenta, con sosta obbligata alla chiesa cimiteriale dopo l’abitato di Pinzolo. In quel di Sorano, per oltre venti metri sulla fiancata esterna si può osservare lo sviluppo di una grandiosa Danza macabra affrescata nel 1539 da Simone Baschenis, che oggi è una sorta di opera prototipo del suo stesso genere post-peste, di fine del Medioevo, quando le opere d’arte nelle chiese erano una sorta di mass-media.

Della dinastia dei pittori frescanti Baschenis di Averara, due famiglie originarie della bergamasca, restano anche altri affreschi nella vicina Santo Stefano di Carisolo, suggestiva chiesa che poggia su un’altura a 826 metri, dove si vedono ancora sulla parete esterna, una storia del Santo Vigilio e un’altra Danza macabra.

Uno straordinario esempio precedente si può trovare a Clusone, nella Valseriana, sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini, con gli affreschi dipinti nel 1485 da Giacomo Borione de Buschis: l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti, il Trionfo della Morte e la Danza macabra. A queste opere sono stati dedicati ponderosi saggi, che legano addirittura questi soggetti forti penitenziali all’invenzione del Purgatorio, e anche tante altre riflessioni, tra cui l’interpretazione suggerita dal sociologo Mc Luhan.

Per l’inventore della mass-mediologia, le danze macabre dei Baschenis, oltre che della peste in chiave apocalittica, parlavano in qualche modo anche della fine dell’epoca degli stessi pittori frescanti, incalzati dalla nascita della stampa. Chissà se un giorno qualche brillante studioso rileggerà con altrettanta disinvoltura intellettuale i diari di bordo da Yokohama di Allegra Viandante su Facebook o gli album di foto su Instagram dei turisti prigionieri delle navi bloccate per il coronavirus… Ma questo è un altro discorso.

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