Unicredit prevede fino al 2023 6mila esuberi e la chiusura di 450 filiali in Italia, come anticipato nel piano presentato a dicembre. La conferma è contenuta nella lettera inviata lunedì ai sindacati nell’ambito dell’apertura della procedura. Il segretario generale della Federazione autonoma dei bancari italiani, Lando Maria Sileoni, ha definito “inaccettabile” l’atteggiamento della banca, affermando che Unicredit vuole “fare utili sulla pelle dei lavoratori“.

Nello spiegare i motivi del proprio piano, Unicredit ha evidenziato che si è assistito ad “una riduzione dell’operatività allo sportello (versamenti, bonifici, imposte, pagamenti e prelievi) di 20,3 milioni di operazioni (-55% rispetto ai 36,8 milioni di operazioni disposte nel 2016) registrando negli ultimi 12 mesi oltre 300 milioni di transazioni disposte su canali evoluti”. Nel dettaglio poi “i versamenti retail allo sportello si sono ridotti del 64% rispetto ai 10,5 milioni del 2016″ e quelli corporate hanno segnato una flessione del 70%. A fronte di questo c’è un utilizzo “sempre maggiore degli Atm evoluti negli ultimi 12 mesi con oltre 33,5 milioni di versamenti”. I prelievi agli sportelli hanno segnato un -53% negli ultimi 12 mesi mentre, nello stesso arco temporale, la riduzione dei bonifici allo sportello è stata del 43%.

Nella lettera la banca ha sottolineato che occorre ricercare entro fine marzo soluzioni condivise adatte “ad attenuare per quanto possibile le ricadute sociali del nuovo piano”. Unicredit ha evidenziato che grazie alle misure annunciate si potrà evitare l’adozione generalizzata di soluzioni diverse, che sarebbero altrimenti necessarie a partire da aprile. Fra gli esuberi previsti, 500 sono “eccedenze di capacità produttiva” del piano Transform 2019, appena chiuso, mentre 5.500 riguardano “nuove eccedenze” legate al piano Team23.

È intenzione di Unicredit, si legge nella lettera, quella di cercare “soluzioni condivise” e in questo ambito la banca guarda a quelli che maturano “il requisito pensionistico entro il 31 dicembre 2023 (con diritto alla pensione fino all’1 gennaio 2024 compreso)”. Per le altre uscite si “intende poi valutare in via prioritaria l’attuazione dello strumento del fondo di solidarietà di settore“. In relazione a questa soluzione la banca “ritiene sostenibile far riferimento all’uscita di personale più prossimo al diritto di pensione, con un anticipo medio rispetto al primo requisito pensionistico di 36 mesi, adottando finestre di uscita che garantiscano certezza di realizzazione degli obiettivi di riduzione”.

È dura la reazione dei sindacati. Il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, ha detto che la banca “continua ad avere un atteggiamento inaccettabile” e ha affermato che “l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier si illude di poterci squadernare un piano a scatola chiusa, di fatto senza discutere i numeri, tutti già cristallizzati nella lettera di avvio di procedura sul confronto che ci è arrivata oggi”. Sileoni ha aggiunto che “a queste condizioni diventa difficile poter avviare un negoziato basato sul fair play. Non solo – continua il segretario – ribadiamo che, a fronte di ogni due eventuali esuberi, dovrà corrispondere almeno un’assunzione, ma anche che tutti gli argomenti del piano industriale, nessuno escluso, andranno condivisi con le organizzazioni sindacali”.

Il segretario definisce i tagli un'”ossessione” e ricorda che “a fine 2019 i costi totali del gruppo si sono attestati a 9,9 miliardi di euro, assai meno rispetto all’obiettivo prefissato a 10,6 miliardi. Vuol dire che il gruppo ha tagliato 700 milioni di troppo, di fatto senza motivo“. Inoltre Sileoni sottolinea che il principale indicatore di redditività della banca è fra i migliori d’Europa e sottolinea che “Unicredit vuole concentrare il 70% dei tagli al personale e alle filiali in Italia“, che però è l’area dove il gruppo ottiene più profitti a livello europeo. Il segretario ha concluso dicendo che la banca ha “idee confuse” e che il suo è il “solito piano per fare utili sulla pelle dei lavoratori”.

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