Peggior momento: il tenore che canta i Queen prima della proclamazione. Dico io: ma perché? Sky ha diffuso da un’ora i nomi dei primi tre classificati. Tu, Amadeus, lo hai detto nella conferenza stampa del pranzo che sarebbe andata così, che avresti svelato ai giornalisti i nomi dall’una e un quarto. Tu sapevi che tutti sapevano. E allora perché dare tutto quello spazio a quel tizio? Il quarto d’ora più inutile della storia dell’homo sapiens sapiens.

Miglior momento: Francesco Gabbani. Fuoriclasse. Per me il vero vincitore. Diodato ha vinto tutto, perché aveva una canzone con un testo banalotto che aspirava a essere preso sul serio; Gabbani (viceversa) un tema popolare ma intimo, lanciato con leggerezza e molto mestiere, leggero come sa essere una canzone fatta bene. Sono due concezioni opposte, e oggi Gabbani è uno dei pochi che credibilmente può salvarci da tanta pesantezza nelle intenzioni, spacciata per arte elitaria e rivendicata da giornalisti che si coalizzano. Per dirne una: che sia stato Diodato e non Tosca a vincere il Premio della Critica Mia Martini è qualcosa che somiglia molto a un oltraggio. È il meccanismo dell’omologazione e della maggioranza. Maggioranza su cui tanto avrebbe avuto da ridire uno che di canzoni se ne intendeva: Fabrizio De André.

P.s. Sia chiaro: so di essere una voce fuori dal coro. Sto bene qui. Non ce l’ho certo con Diodato. Anzi: in questo momento, in cui tutti si proclameranno “diodatisti” da sempre, io posso dire di essere stato uno di quelli che più lo hanno apprezzato agli inizi, già dai tempi romani, ben prima di “Babilonia”, che era una grande canzone. Se c’è una cosa positiva della sua vittoria è che finalmente avrà la visibilità che comunque merita. Una cosa però è certa: odio l’omologazione, soprattutto quella di chi dovrebbe fare critica. I due sostantivi vanno in direzioni diametralmente opposte.

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