“Che aspetto avrà avuto, il ragazzo che non era ancora mio padre io e te non lo sappiamo, lettore. Ma possiamo sognarlo“. Marta Barone, classe 1987, traduttrice e autrice di libri per ragazzi, nel suo nuovo libro cerca di ricostruire la figura enigmatica del padre mancato il 14 giugno 2011, quando lei aveva solo 24 anni, attraverso testimonianze, foto, documenti accumulati in vecchie scatole e incontri con le persone a lui vicine. Il risultato di questo percorso all’indietro è “Città Sommersa” (Bompiani, 296 pagg, 18€) all’interno del quale per indagare sulla vita del padre, Leonardo Barone o L.B., come viene chiamato nel libro.

La volontà di indagare sulla figura del padre emerge quando ritrova una memoria difensiva preparata dal suo avvocato per rispondere all’accusa di partecipazione a banda armata, dato che L.B. era stato militante del Pcim-1, il Partito comunista italiano marxista-leninista, durante gli anni ’70. Da Roma, dove aveva studiato medicina, arrivò a Torino, la città delle fabbriche, perché lo spirito del Pc prevedeva che gli intellettuali dovessero abbandonare gli studi per occuparsi delle questioni di partito e svolgere lavori umili per poterlo finanziare. I poveri dovevano avere le stesse opportunità dei ricchi. Bisognava fare quindi la rivoluzione e partire dal basso, anche se in quel periodo L.B., fu arrestato con l’accusa di terrorismo e in seguito assolto con formula piena. In quel momento la distanza fra padre e figlia sembra essersi accorciata, tutto quel livore che li aveva tenuti lontani sembra quasi non esistere più. Marta, trasferitasi a Milano, cammina per le strade della città che la accoglie come una madre. Riflette, cerca di capire cosa sia accaduto realmente a quel ragazzo, poi diventato genitore, ritorna a Torino, trascrive ogni dettaglio utile, ma davanti al ricordo si sente smarrita. L’uomo colto, brillante e amato da tutti non coincide con la figura di uomo collerico e taciturno che lei ha imparato a conoscere durante l’adolescenza.

Il materiale raccolto le servirà a colmare quei vuoti deficitari di particolari importanti. Quello che si sa per certo è che L.B. era stato protagonista degli Anni di piombo, quando i gruppi terroristici minacciavano con attentati, stragi e uccisioni l’intera istituzione repubblicana e gli uomini che la rappresentavano in nome della cosiddetta lotta armata, per garantire gli stessi diritti al proletariato. Forte era, infatti, la necessità di aderire a qualcosa che potesse ribaltare le sorti dei meno abbienti. La crisi economica imperversava, i prezzi aumentavano di continuo: l’unica soluzione era agire.

La memoria storica di un Paese, l’Italia, è legata in questo caso alla memoria personale dell’autrice che si muove all’interno di una dimensione spazio-temporale in cui passato e presente sembrano finalmente coincidere, nonostante il racconto venga presentato in maniera frammentata e molti ricordi siano frutto dell’immaginazione. In questa prosa articolata, preziosa nella scelta dei vocaboli e nell’utilizzo consapevole del linguaggio, sospeso è il filo delle emozioni. Si avverte inoltre un divario generazionale che vede contrapposti da una parte i genitori attivisti, uniti per cercare di cambiare le sorti del proprio Paese perché credevano in un ideale, e dall’altra quella generazione di cui l’autrice si fa portavoce. che ha dovuto familiarizzare con la disillusione di oggi, in cui solitudine e mancanza di progettualità sembrano farla da padroni. Ecco perché è importante avere una memoria storica che sia funzionale al presente, senza legittimare l’uso della violenza, e che ci induca a riflettere in quanto artefici del proprio destino. Leonardo Barone lo aveva fatto. Ci credeva. Possiamo farlo anche noi.

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