Mai come quest’anno le primarie democratiche appaiono incerte. Difficili da decifrare. Alla vigilia del via ufficiale – con i caucuses in Iowa, il 3 febbraio – almeno cinque contendenti restano in lizza per la nomination (ma ufficialmente, in corsa, ce ne sono ancora dodici). I sondaggi danno Joe Biden favorito, ma ogni candidato mostra specifici punti di forza; quindi ogni candidato, Biden compreso, ha anche dei limiti importanti. L’Iowa è la prima tappa di una lunga stagione, che per i democratici si concluderà il 6 giugno con il voto nelle Virgin Islands. Con ogni probabilità, il candidato vincente sarà scelto a primavera inoltrata, magari dopo il 28 aprile, quando le primarie a New York, Pennsylvania e altri Stati del nord-est assegneranno oltre seicento delegati.

Ma alcuni prefigurano uno scenario ben più drammatico: una brokered convention (a Milwaukee, dal 13 luglio), una convention senza che nessuno abbia raggiunto i 1990 delegati necessari per sfidare Donald Trump a novembre. A quel punto potrebbe essere guerra totale, con le fazioni del partito in lotta per la vittoria. Si tratta, per il momento, di fantascienza. La realtà, il futuro prossimo, sono i caucuses dell’Iowa. Vediamo i principali candidati, lasciando fuori chi al momento – Amy Klobuchar, Tulsi Gabbard, Deval Patrick, il miliardario Tom Steyer, l’imprenditore dell’high-tech Andrew Yang – non pare avere grandi possibilità. Anche se le sorprese sono sempre possibili in un contesto così fluido.

Joe Biden – Settantasette anni, da 49 in politica, per decenni senatore del Delaware, un’esperienza praticamente unica sui temi della politica estera (e su come navigare tra i marosi del Congresso di Washington). Ancora prima dell’annuncio ufficiale della candidatura, guidava in tutti i sondaggi. L’esperienza come vicepresidente – quasi un fratello maggiore – di Barack Obama lo ha reso popolare, come popolare è il suo atteggiamento da Average Joe, uomo medio americano tutto buon senso e normalità (la mitologia bideniana vuole che andasse ogni mattina al Congresso in metropolitana). In realtà, Biden è tutt’altro che un politico “medio”. Il suo Super PAC Unite The Country è pieno di lobbisti della mondo della finanza, delle armi, dell’industria farmaceutica. Finanziamenti cospicui gli sono arrivati da compagnie di assicurazione e studi legali. Il suo programma appare un allargamento delle conquiste dell’era Obama: estensione dell’assistenza sanitaria, meno tasse scolastiche, più regolamentazioni ambientali e rafforzamento delle tutele sindacali (gli Iron Workers, 130mila aderenti nel settore delle infrastrutture, gli hanno dato pubblico sostegno). Biden è il candidato forte del centro democratico, colui che potrebbe conquistare parte del voto indipendente e moderato – e magari quella parte di working-class della Rust Belt che nel 2016 ha scelto Trump. Che sia un candidato forte lo dimostrano gli sforzi di Trump per far aprire un’inchiesta su di lui e sul figlio Hunter in Ucraina. Dalla sua Biden ha anche la popolarità tra gli afro-americani, che rappresentano circa un quarto degli elettori alle primarie e senza i quali non si vince. Su Biden non mancano però le riserve. Non piace all’ala progressista del partito, soprattutto ai più giovani. Sicuramente, non sarebbe il candidato capace di suscitare la passione della base democratica: sinora, tra tutti gli sfidanti, è stato il meno capace di raccogliere le donazioni dei singoli militanti. Biden può essere la scelta più affidabile, non certo la più entusiasmante.

Bernie Sanders – Settantotto anni, da quasi quaranta in politica, il suo motto per il 2020 è “cambiamento, dal basso verso alto”. Se Biden rappresenta l’establishment, Sanders è soprattutto la passione dei suoi militanti: nell’ultimo terzo del 2019 ha incassato 34,5 milioni di dollari in donazioni, più di qualsiasi altro candidato democratico e suo record personale. Sindaco di Burlington (nel 1981, con un margine di tre voti), senatore del Vermont, socialista democratico, Sanders è stato protagonista di una furibonda battaglia contro Hillary Clinton per la nomination democratica nel 2016. Torna in gara nel 2020, con il programma più “a sinistra” delle primarie: assistenza sanitaria universale, college gratuito, aumento delle imposte per i più ricchi. Ha spesso, negli ultimi mesi, ricordato le sue origini in una famiglia di immigrati ebrei di Brooklyn: un modo per proporsi come il candidato capace di interpretare aspirazioni e timori della working-class. La leadership democratica non lo ama: lo ritiene estraneo al partito (Bernie si è iscritto ai dem per partecipare alle primarie, ma sarà ancora una volta indipendente nelle elezioni per il Senato del Vermont nel 2024) e pensa che Sanders sia destinato a sicura sconfitta nei distretti dove serve il voto degli indipendenti. Durante la campagna, i dem non lo hanno però mai attaccato direttamente: un po’ perché Sanders era reduce da un infarto, che sembrava averlo messo fuori gioco; un po’ perché temono di alienarsi la base progressista che “respira” con Sanders e le sue idee. La prudenza democratica potrebbe essere stata una scommessa non vinta. Sanders ha mantenuto il suo tesoro elettorale e in un campo moderato diviso – tra Biden, Buttigieg, Klobuchar – può seriamente pensare alla vittoria nei primi tre Stati dove si voterà: Iowa, New Hampshire, Nevada. È lo scenario che terrorizza il partito: Sanders che prende la rincorsa a inizio primarie; Sanders che diventa il candidato da battere dei democratici.

Elizabeth Warren – Settant’anni, da dieci in politica. Professore di legge a Harvard, senatrice del Massachussetts, è diventata un viso popolare per milioni di americani quando, tra mille difficoltà, ha messo in piedi l’Agenzia per la protezione del consumatore finanziario. Regole, procedure, monopoli sono la sua fissazione: di qui l’aperta ostilità che le hanno mostrato grandi società come Google, Amazon, Apple. La campagna di Warren è iniziata con una promessa: fare degli Stati Uniti un posto dove chiunque possa farcela “lavorando duro e comportandosi secondo le regole”. Ha proposto una “wealth tax” del 2 per cento per chi guadagna sopra i 50 milioni di dollari, del 3 per cento per chi supera il miliardo. Ha anche previsto che, entro il 2020, Trump sarà in galera. Non è ancora successo. I suoi rapporti con il presidente sono del resto sempre stati difficili: Trump l’ha derisa e chiamata Pocahontas per le sue rivendicate, mai provate, origini da nativa americana. Warren è nota per la passione per le cifre, i dati, l’organizzazione meticolosa. È la candidata della borghesia urbana e piace a buona parte del mondo giornalistico e intellettuale (l’appoggiano il New York Times e il Des Moines Register). Fino a qualche settimana fa sembrava perfetta per mettere insieme l’ala progressista e quella centrista del partito. Poi si è rotto qualcosa. La polemica con Sanders sulla possibilità per una donna di essere presidente le ha alienato una parte della sinistra. E al centro hanno altri candidati. Continua, indefessa, a percorrere cittadine e campagne dell’Iowa, nel tentativo di restare a galla.

Pete Buttigieg – Trentotto anni, da diciassette in politica. Giovane, gay, ex-soldato, cristiano. Per diverse settimane il sindaco di South Bend, Indiana, è sembrato la storia giornalistica perfetta, quella su cui gettarsi per attirare pubblico e lettori. In effetti Pete Buttigieg, con l’intuizione del millenial che sa che il privato è sempre pubblico, ha cominciato da subito a fare della sua vita un racconto elettorale. Ha parlato degli studi a Harvard e Oxford; dei tormenti da giovane gay non dichiarato tra i militari dell’Afghanistan; di come la sua vita sia stata travolta dall’amore per l’attuale marito, Chasten; di quanto la religione sia per lui un faro indispensabile. “Non possiamo guardare alla grandezza del passato”, è stata la frase con cui ha annunciato la candidatura a presidente e in effetti la miscela di tradizione e novità, di normalità e futuro per un certo tempo ha funzionato. Buttigieg è balzato al terzo posto nei sondaggi in Iowa. Niente di rivoluzionario; ma la sua proposta fatta di massicci investimenti, maggiori tutele del lavoro, aumento dei minimi salariali, unita a uno stile di vita da gay sposato e credente, è sembrata ideale per attirargli il voto dei conservatori del Midwest e dei liberal delle due Coste. L’idillio con i media e con i futuri elettori non è però durato molto. Il consenso di Buttigieg si è dissolto e ora l’ex sindaco arranca. Gli sono state fatali una serie di apparizioni tv non particolarmente brillanti, oltre alla concorrenza che tra i centristi gli fa Biden, considerato più affidabile. Buttigieg ha un ottimo futuro politico, ma un presente tutto da costruire.

Michael Bloomberg – Settantasette anni, da sedici dentro e fuori dalla politica. Prima di diventare sindaco di New York, nel 2001, ha fatto la sua fortuna (oggi stimata in circa 30 miliardi di dollari) con i servizi di informazione finanziaria. È stato democratico, poi repubblicano (per correre da sindaco), quindi indipendente, poi ancora democratico, contribuendo generosamente, con 100 milioni di dollari, alle campagne dei candidati dem di midterm. Anche la sua entrata in corsa per le presidenziali 2020 è stata accidentata. Il 5 marzo 2019 aveva escluso di presentarsi. Il 24 novembre ha annunciato la candidatura, a primarie democratiche già ampiamente iniziate. Per questo farà anche una campagna insolita. Non si presenta in Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina, per entrare in scena solo il 3 marzo, con il Super Tuesday che assegnerà circa un terzo di tutti i delegati (si vota in California, Texas, Massachussetts e altri grandi Stati). Oltre a girare l’America con il suo bus in luoghi completamente diversi rispetto agli altri sfidanti, la sua campagna ha altre peculiarità. È, per il momento, totalmente auto-finanziata: Bloomberg ha promesso di investire un miliardo della sua fortuna personale per cacciare Trump dalla Casa Bianca (i due, come prevedibile, non si amano: Trump chiama Bloomberg “Mini Mike” con riferimento alla bassa statura e alle presunte scarse doti politiche; Bloomberg ha scatenato una vera e propria guerra a base di spot televisivi in cui attacca l’integrità del presidente). Anche il programma appare al momento vago: Bloomberg non dice molto di quello che vuole fare per l’America, se non promettere di gestire il governo Usa – “la più grande compagnia al mondo” – con le doti di imprenditore che lo hanno reso uno degli uomini più ricchi al mondo. La sua campagna è comunque tutta in salita. Bisognerà convincere la base democratica dell’opportunità di votare l’ennesimo milionario. Bisognerà superare l’aperta ostilità della comunità afro-americana – da sindaco di New York, Bloomberg guidò una delle polizie più razziste del Paese e implementò la pratica dello “stop and frisk” che prendeva di mira i giovani neri e ispanici. Lui va avanti fiducioso, cercando di far breccia tra gli scontenti e i dubbiosi. “Se non fossi nato privilegiato, non sarei qui ora”, ha detto qualche giorno fa, facendo una sorta di mea culpa davanti a un gruppo di afro-americani. In generale, la sua candidatura sembra soffrire degli stessi limiti di buona parte del parterre democratico 2020: un po’ troppo in là con gli anni; molto, forse troppo, bianco.

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