Il Senato degli Stati Uniti ha assolto Donald Trump dalle accuse di abuso d’ufficio e di ostruzione al Congresso. Il risultato, alla fine, è stato di 52 contro 48 per quanto riguarda l’abuso di potere. Quarantasette democratici hanno votato per la condanna di Trump e con loro, unico repubblicano, si è schierato Mitt Romney. 53 contro 47 è stato invece il numero che ha deciso l’assoluzione di Trump per quanto riguarda l’ostruzione del Congresso. Il presidente degli Stati Uniti era stato messo sotto accusa dalla Camera lo scorso 18 dicembre. Due, appunto, i reati contestati: aver abusato del suo potere, bloccando 391 milioni di aiuti militari all’Ucraina per ottenere un’indagine contro Joe Biden e il figlio Hunter da parte del governo di Kiev e aver intralciato il lavoro del Congresso, minacciando i testimoni e bloccando la loro partecipazione all’indagine di deputati e senatori. Trump ha sempre negato ogni addebito, definendo la sua telefonata con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in cui appunto chiedeva il “favore” dell’indagine contro i Biden, “perfetta”.

Si conclude così uno dei capitoli più convulsi della storia politica americana. La battaglia è stata durissima, senza esclusione di colpi. I democratici, alla fine, hanno votato compatti per la condanna. Anche i senatori democratici moderati – Doug Jones, Joe Manchin, Kyrsten Sinema – si sono alla fine convinti e hanno votato per la rimozione di Trump. Compatti, con l’eccezione di Romney, i repubblicani, che in queste settimane hanno bloccato qualsiasi tentativo di ammettere nuovi testimoni e documenti, in particolare la testimonianza dell’ex consigliere alla sicurezza John Bolton. I democratici hanno comunque già annunciato che l’inchiesta va avanti. La Camera, a maggioranza democratica, potrebbe nelle prossime settimane emettere un subpoena, un mandato di comparizione proprio per Bolton. La battaglia va dunque avanti. Le ferite che l’impeachment ha provocato, nella politica e nella società americana, non sono destinate a rimarginarsi facilmente.

Il voto al Senato si è svolto come previsto, con un’unica eccezione: l’intervento di Mitt Romney, il senatore dello Utah che ha deciso di votare ‘sì’ all’impeachment – unico senatore nella storia degli Stati Uniti a votare per la messa sotto accusa di un presidente del proprio partito. “La mia fede è il cuore di ciò che sono. Ho giurato davanti a Dio”, ha detto Romney, che è mormone. Quindi, dopo alcuni secondi in cui la commozione ha preso il sopravvento, Romney ha continuato: “Questa è la decisione più grave che io abbia mai dovuto prendere, ma il presidente è colpevole di un incredibile abuso della fiducia pubblica”. Non c’è alcun dubbio, secondo Romney, che Trump non avrebbe chiesto con questa insistenza un’indagine da parte dell’Ucraina contro Biden se questi non fosse stato un suo nemico politico. Come non c’è alcun dubbio, ha aggiunto Romney, che questa decisione gli costerà molto cara perché scontenta la Casa Bianca e scontenta molti suoi elettori nello Utah. Nonostante questo, ciò che ha fatto Trump corrisponde, secondo Romney, a un crimine gravissimo: aver usato il suo potere e l’aiuto di un governo straniero per sovvertire il processo democratico. Romney ha detto di essere consapevole di schierarsi con una minoranza destinata alla sconfitta. Ma “il voto secondo coscienza è più importante di quello per appartenenza politica. Con il mio voto di oggi dico ai miei figli e ai figli di miei figli che ho fatto il mio dovere. Ciò che ha fatto il presidente è sbagliato. Profondamente sbagliato”.

L’aula del Senato ha ascoltato Romney in un silenzio di tomba. Si sapeva che il senatore dello Utah, un moderato che ha fatto campagna per la presidenza contro Barack Obama nel 2012, avrebbe potuto schierarsi contro Trump. Ma la limpidezza dell’esposizione – unita a un’emozione palpabile e alla capacità di guardare oltre le contingenze della politica – ha fatto dell’intervento di Romney uno dei momenti più alti nella storia del Congresso americano.

La reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere. Romney aveva lasciato il podio da qualche minuto quando Donald Trump Jr. ha chiesto che il senatore venisse allontanato dal partito repubblicano. “È stato troppo debole per vincere contro i democratici, quindi si unisce a loro – ha scritto in un tweet il figlio del presidente – Da ora è ufficialmente un membro della resistenza e deve essere espulso dal partito”. Il senatore dello Utah è stato comunque l’unico repubblicano che alla fine abbia deciso di votare sì all’impeachment. Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska e Lamar Alexander del Tennessee hanno, in modi diversi, ammesso che quanto fatto da Trump non è “appropriato”, ma la sua condotta non sarebbe così grave da giustificare una condanna e l’allontanamento dalla Casa Bianca. Susan Collins ha anche aggiunto una postilla curiosa. Trump avrebbe, secondo lei, “imparato la lezione, quindi nel futuro sarà più prudente”. Quando i giornalisti hanno riferito al presidente la frase della senatrice, lui ha scrollato le spalle e detto: “La mia telefonata a Zelensky era perfetta”.

Si valutano ora le ricadute politiche della battaglia sull’impeachment. Trump ha ottenuto la cosa più importante, l’assoluzione, ma non ha ottenuto tutto quello che desiderava. Il processo al Senato infatti è stato tutt’altro che veloce e indolore come sperava la Casa Bianca. Le rivelazioni contenute nel libro di John Bolton – l’ex consigliere alla sicurezza nazionale secondo cui Trump avrebbe effettivamente condizionato gli aiuti all’Ucraina all’apertura di un’indagine contro i Biden – hanno seriamente danneggiato la difesa di Trump. “Non puoi essere assolto se non c’è un processo. E non c’è un processo se non ci sono i testimoni”, ha detto Nancy Pelosi. Anche per questo alcuni repubblicani, per esempio Steve Cortes, membro del comitato per la rielezione di Trump, avrebbero preferito ammettere nuovi testimoni. “Per avere non soltanto un’assoluzione ma anche un completo proscioglimento”, ha detto Cortez. È stata una strada che la Casa Bianca e i repubblicani hanno preferito non prendere. Troppo pericolosa, troppo irta di potenziali minacce. Se quindi Trump viene assolto, sulla sua assoluzione resta un’ombra: quella di un processo parziale, mutilato.

Quanto ai repubblicani, bisogna dare ancora una volta atto a Mitch McConnell, il leader del Senato, di aver guidato il suo gruppo con la maestria di chi conosce ogni piega delle regole del Senato. McConnell ha fatto quello che Trump gli ha chiesto: ha tenuto uniti i repubblicani e ha fatto assolvere Trump senza (eccessivi) problemi. Resta però, anche per i repubblicani, un’ombra. La difesa strenua di Trump è apparsa alla fine debole, non sincera. Per settimane i repubblicani hanno insistito sul fatto che non c’era alcuna testimonianza di prima mano che confermasse le pressioni di Trump sull’Ucraina. Quando la testimonianza di prima mano è arrivata – quella di John Bolton – la leadership repubblicana ha dovuto cambiare precipitosamente la linea di difesa. E cioè: Trump può anche aver fatto quelle richieste a Kiev, ma ciò rientra nelle prerogative di un presidente e non costituisce un reato da impeachment. Si è trattato di un cambio di registro per nulla convincente, che potrebbe aver lasciato poco convinti molti elettori indipendenti (ricordiamo che a un certo punto del processo il 51 per cento degli americani riteneva che la richiesta di impeachment contro Trump fosse giustificata) e che potrebbe ritorcersi contro i repubblicani alle prossime elezioni di novembre.

Restano i democratici. Adam Schiff e Jarrold Nadler hanno guidato l’accusa in modo aggressivo. Si sono appellati a tutto: alla Costituzione, ai nuovi testimoni, alla coscienza dei colleghi repubblicani. Alla fine, non sono riusciti nell’impresa – che appariva comunque sin dall’inizio impossibile, considerato l’appoggio incondizionato che Trump ha tra i repubblicani. Sicuramente i democratici hanno, in queste settimane di processo, mobilitato la propria base elettorale, che odia Trump come nessun altro avversario politico del passato. Il gesto di Nancy Pelosi, che ha strappato i fogli del Discorso sullo Stato dell’Unione di Trump, ha ulteriormente infiammato quella base. Resta da vedere se lo strenuo tentativo di allontanare il tycoon dalla Casa Bianca sia riuscito a convincere proprio gli elettori indipendenti – fondamentali nel voto del prossimo novembre – o sia invece apparso come l’ennesimo episodio di una faida faziosa che ormai da decenni infiamma Washington.

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