Un caso letterario. Un astro nascente. Un fenomeno editoriale. La nuova Elena Ferrante, ma cattiva, senza cuore.

Se ne sono già scritte tante di Noi felici, pochi. Tranne chi sia davvero il suo autore, misterioso pseudonimo ispirato a quel Patrick Bateman, antieroe di American Psycho del celebrato Bret Easton Ellis.

Ebbene, io so chi è Patrizio Bati. Lo so e terrò il segreto per me. Quello che invece posso scrivere in questo blog è quello che Patrizio Bati minuziosamente rappresenta: una classe sociale detestabile, una ‘Roma nord’ fatta di assenza totale di empatia, ma piena invece di soldi di famiglia, tanti, troppi; di capi firmati, di superficialità, di vacanze in costose mete esotiche, di settimane bianche a Cortina, di attici da 400 metri quadrati, di ville all’Argentario, di colf anche per i cani (di razza), di carriere già belle e confezionate grazie alle conoscenze di papà, di classe dirigente insulsa e inetta ma arrogante, fastidiosa, parassita. Soprattutto, Patrizio Bati e i suoi amici incarnano la cattiveria, quella gratuita, quotidiana, senza senso, quella dei casi di cronaca insoluti per mancanza di qualsiasi movente.

Andrea, Angelo, Gaia, Costanza e appunto Patrizio. In un vortice di discoteche di lusso, mignotte da 200 a botta, furti, incursioni in casa d’altri, pestaggi gratuiti, come un’arancia meccanica che pensiamo finzione letteraria e invece Patrizio ci dice che è là, sotto i nostri occhi, magari a Ponte Milvio, magari al famoso circolo canottieri, magari al ristorante pariolino.

Una vera ossessione per la genia dei ‘pochi felici’ è lo status symbol (orologi, magliette, scarpe, fiche) e per Bati anche una singolare paranoia che lo induce a ricordare i più inutili dettagli di eventi, situazioni e riferimenti che gli capita di citare nel romanzo, come in un continuo link online anche quando il collegamento alla rete non c’è. Un grande scrittore, Patrizio Bati? Di sicuro, al primo romanzo è già maestro di metafore, di ritmo, di suspence.

La storia appare banale, un incidente d’auto come tanti, nella notte di un manipolo di ventenni ubriachi. Nelle poche ore che seguono il disastro si apre un mondo, fatto di flashback e di una prosa asciutta, severa, concreta, perfetta nella sua asettica assenza di morale.

Noi felici, pochi è una dichiarazione di principio, una frase dell’Enrico V di Shakespeare (Atto IV, scena III) che – come ci informa Bati stesso – venne ripresa nel 96 in una canzone dell’ex militante nero Gabriele Marconi. Bati è dunque fascista? I suoi antieroi del romanzo certamente lo sono, più per destino di classe che per convinzione, perché di politica nelle loro vite non c’è traccia.

Certamente, per Noi felici, pochi si può preconizzare una solida fortuna come libro ma speriamo presto anche come pièce teatrale, tanto la tensione scenica è efficace, senza escludere neanche una serie tv visto che, leggendo, ogni scena sembra essere la accurata descrizione di una sequenza di un film.

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