C’è speranza. E non solo nell’ufficio più importante del Ministero della Salute. E non mi riferisco nemmeno strettamente al Coronavirus, microscopico spauracchio del gigantesco Occidente. C’è speranza perché l’isolamento del virus che ha rasserenato l’Italia nell’era dei social, come se in un tweet il morbo fosse stato rigettato ai tempi del colera, dispensa fiducia per motivi che vanno al di là del virus stesso.

Il primo è legato alla nostra bistrattata e depressa sanità. Almeno così dice di lei l’opinione pubblica inquisitrice. Un sentire comune non sempre competente ma sempre “commentante”. Tanto che a forza di ripeterlo, di guardare solo al peggio, lo scetticismo verso la medicina pubblica è diventato virale.

Il secondo motivo è nelle autrici della scoperta. Autrici, donne. Capiamoci: il risultato è ovviamente di squadra – un laboratorio con 30 professionisti, di cui 4 uomini – e lo stesso team Spallanzani non ha lavorato in assoluta autonomia ma coordinandosi con l’Istituto Superiore di Sanità. Ma se il ministro Roberto Speranza ha espressamente parlato di tre donne – Maria Rosaria Capobianchi, direttore del Laboratorio di Virologia; Francesca Colavita, ricercatrice trentenne precaria; Concetta Castilletti, responsabile della Unità dei virus emergenti – una ragione dovrà esserci.

Il terzo motivo dell’ottimismo che sprigiona questa scoperta è nell’origine delle tre scienziate: in ordine di presentazione Procida, Campobasso, Ragusa. È così che con la dott.ssa Castilletti la mia città si è d’improvviso scoperta arricchita di una cittadina illustre. “Cetty” ha lavorato in Africa isolando il virus Ebola; ha passato gli ultimi giorni a rassicurare i familiari sui rischi di un suo possibile contagio con il Corona. Ma soprattutto ha frequentato il liceo classico di Ragusa e l’Università di Catania: nella terra dell’emigrazione giovanile è la prova eclatante che anche al Sud ci si possa formare al massimo livello.

Adesso però è opportuno aggiungere un’altra cosa: i tre motivi espressi fin qui sono poco più che tre ovvietà. Che la sanità non sia tutta mala(ta), che nella professionalità conti il merito e non il sesso, che il Sud sia ricco di competenze sono nient’altro che tre incontrovertibili e perfino banali dati di fatto. In un Paese sano. Qui, invece, dove la fobia anticinese ha potuto attecchire molto più del virus, a me pare che ripeterli diventi doveroso.

Perché quest’Italia infetta da “tifo”, ovvero dalla drammatica capacità di dividersi su tutto in fazioni contrapposte e bellicose, ha bisogno di storie come questa. Per rispondere al germe del pregiudizio, che si propaga via etere e via ethernet trovando sfoghi virulenti nella presunta incapacità italiana di reagire all’infezione del Coronavirus, nel “passo indietro delle donne” a Sanremo o nel “sud che straripa” di Bossi, servono infatti anticorpi capaci di agire allo stesso modo: essere tempestivi, virali e soprattutto facilmente assimilabili. Storie in “pillole”, compresse da sciogliere in acqua calda, a volte tempestosa, con azione immediata.

L’isolamento del virus dello Spallanzani come rimedio per contrastare altri isolamenti virali.

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